Torna a casa, lessico!
Comunicazione

Torna a casa, lessico!

Uso (e abuso) dei forestierismi nell’italiano: un indice di buona salute della lingua o una minaccia per la nostra identità culturale?

Parole in prestito… non restituite

Il patrimonio lessicale della lingua italiana si arricchisce con la formazione di nuove parole a partire da termini già esistenti attraverso fenomeni di alterazione (da furbo a furbacchione), derivazione (da triste a tristezza) e composizione (da croce+via a crocevia). Un’altra modalità di arricchimento della lingua è il prestito linguistico, fenomeno in base al quale vocaboli appartenenti a lingue straniere, o forestierismi, entrano a far parte del nostro lessico. Tale processo è legato soprattutto a fattori extra-linguistici quali scambi culturali, rapporti economici, relazioni politiche, invasioni militari. Questi motivi hanno fatto sì che l’italiano ricevesse nel tempo una gran quantità di prestiti linguistici: dal francese e dallo spagnolo prima, dovuti alla vicinanza geografica della Francia e alla dominazione politica della Spagna, e dall’inglese poi, a causa della posizione di superiorità economica e tecnologica di Inghilterra e Stati Uniti che perdura ancora oggi.

In base alla forma in cui i forestierismi vengono inseriti nella lingua italiana, si distinguono tre tipi di prestiti:

  • prestiti integrali (o non adattati): termini che entrano a far parte del lessico senza subire modifiche rispetto alla lingua originale, come computer, film e standard;
  • prestiti adattati (o adeguati): vocaboli che vengono modificati per adattarli alla grafia e alla morfologia dell’italiano, come toletta (dal francese toilette) e gol (dall’inglese goal);
  • calchi: parole che traducono in italiano forme esistenti in una lingua straniera, come pellerossa (dall’inglese redskin), oppure parole che già esistono in italiano ma che assumono nuovi significati per imitazione dei corrispettivi stranieri, come stella nel senso di famoso attore cinematografico (dall’inglese star) e salvare per indicare la memorizzazione digitale (dall’inglese to save).

Molti prestiti linguistici, specialmente quelli integrali, non attecchiscono e vengono respinti perché poco adatti al sistema linguistico dell’italiano, mentre altri sono accolti facilmente se la loro struttura è affine a quella della lingua italiana o rispondono a particolari esigenze linguistiche, come succede nel caso dei prestiti di necessità. Per i termini stranieri che diventano parte del patrimonio lessicale è improprio parlare di “prestito”, in quanto una simile definizione prevedrebbe che ciò che si riceve venga prima o poi restituito. Questo, invece, non accade e porta con sé vantaggi e svantaggi che si traducono rispettivamente in un arricchimento e in un deterioramento del linguaggio.

Italians do it better, però English say it better

Tra i forestierismi presenti nel nostro vocabolario, quelli di origine inglese detengono il primato: a fine 2017, infatti, il Devoto Oli annovera circa 3500 anglicismi contro poco più di 900 francesismi e quasi 150 spagnolismi.

È risaputo che uno dei motivi di maggior successo dell’inglese, specie nei linguaggi tecnico-scientifici, è rappresentato dalla sinteticità e dall’espressività di alcune parole, come boom, chip, fan, jack, jet, kit, look, pub, set, stick, strip, top, zoom.

In altri casi si ricorre ai termini anglofoni perché le traduzioni in italiano sono difficoltose o meno efficienti. Numerosi esempi provengono dal mondo della televisione (audience, decoder, fiction, news, reality show, share, talk show, zapping), della pubblicità (slogan, spot, testimonial), dell’informatica (back up, browser, download, file, home page, log in, log out, mouse, password, scanner, server).

L’influsso dell’inglese non si limita al trasferimento di singoli vocaboli, ma riguarda anche intere espressioni e modi di dire. Slogan, frasi idiomatiche, espressioni confezionate si conformano al modello angloamericano alterando la struttura sintattica e grammaticale normalmente prevista dall’italiano. Ne sono un esempio l’inversione di termini in alcune parole composte, come calcio mercato e videodipendente, oppure la giustapposizione di due sostantivi di cui uno qualifica l’altro, come avviene per donna immagine, o ancora l’uso di non in funzione di prefisso, come nel caso di non violenza e non belligeranza.

In alcuni settori l’uso (o meglio, l’abuso) dell’inglese misto all’italiano è così pervasivo che ha dato origine a un neologismo per indicare l’incrocio delle due lingue, ovvero l’itangliano o itanglese, particolarmente diffuso nel linguaggio aziendale e amministrativo.

L’adozione dei forestierismi, però, non sempre è dettata da questioni di praticità, efficacia e scarsa traducibilità. Nell’inconscio linguistico degli italiani agisce l’idea che dire una cosa usando un termine straniero è più elegante e raffinato o, per usare un francesismo, “fa più chic”. Nella percezione del parlante comune la parola straniera è di solito più espressiva ed evocativa di un sinonimo italiano (se dico baby sitter e bambinaia pensi allo stesso tipo di persona?). In altre situazioni l’uso dei forestierismi ha un effetto nobilitante, cioè serve a conferire prestigio a qualcosa che è avvertito come socialmente limitante. In tal senso è possibile dire che le parole straniere spesso svolgono la funzione di eufemismi sociali, come il francese entraîneuse, che equivale a prostituta attiva in un locale notturno, e l’inglese escort, che indica una prostituta di alto livello.

Non sparliamo, ok?

L’interferenza tra l’italiano e le altre lingue, soprattutto l’inglese, se da un lato contribuisce ad arricchire il vocabolario, dall’altro genera non pochi problemi.

Uno riguarda la spersonalizzazione del lessico dovuta al fatto che i forestierismi si propongono sovente come la prima scelta, se non l’unica, a nostra disposizione quando parliamo o scriviamo. Tantissimi gli esempi ok, design, copyright, software, gay, sexy, hobby, web, internet, post, offline, tag, chat, game, network, font, hardware, on line, e-mail, mobbing, stalking, ticket, selfie, dejà vú, manicure, omelette, baguette, garage, dessert, brioche, cyclette, papillon, sofa, suite, atelier, silhouette.

Un altro concerne la modalità di scrittura di parole italiane derivate da basi inglesi graficamente complesse, che porta a un abbrutimento del linguaggio a causa della deformazione morfologica che ne consegue. È il caso di numerosi verbi che si formano aggiungendo la desinenza italiana a vocaboli anglofoni, come bypassare (da bypass), backuppare (da backup), dowloadare (da download) , scannerizzare (da scanner), uppare (da up), skippare (da skip), brandizzare (da brand). In queste e altre circostanze simili si crea un conflitto insanabile tra la grafia e la pronuncia: sia pronunciando all’italiana (bacuppare, dovnloadare, ecc.), seguendo alla lettera la grafia, sia pronunciando all’inglese (becappare, daunlodare, ecc.) si ottengono parole mezze italiane e mezze inglesi dall’effetto mostruoso. Forse allora la soluzione migliore sarebbe ricorrere a una perifrasi con un verbo italiano generico e il sostantivo inglese tutelato nella sua integrità (fare il backup o fare il download).

Un’ulteriore questione è quella dei falsi forestierismi, ovvero parole ed espressioni che sembrano appartenere a lingue straniere, ma che in realtà non vengono usate nei paesi di origine a cui vengono attribuite, oppure vengono usate ma con un significato diverso. Esempi dall’inglese: mister, che in italiano viene utilizzato per indicare l’allenatore mentre in inglese si usa coach; footing al posto di jogging; gli indumenti golf, trench, smoking, body, slip che non hanno alcuna corrispondenza con l’inglese vero; reality per reality show, talk per talk show, night per night club; invenzioni vere e proprie quali beauty center, beauty farm, slow food. Esempi dal francese: casqué, vitel tonné, prémaman, che non esistono nella lingua a cui si ispirano; caveau, décolleté, frappé, che in francese hanno un significato diverso da quello conferito in italiano.

Chi parla come mangia parla meglio

I forestierismi arricchiscono il lessico e molti ritengono che siano un indice di buona salute della lingua. Tuttavia il loro massiccio impiego non manca di accendere il dibattito sulla perdita di identità culturale da parte di una comunità, quella dei parlanti/scriventi italiani, che troppo spesso dimostra di rinunciare con facilità all’uso della propria lingua.

Viviamo una specie di servilismo linguistico che comporta il rischio che la nostra lingua adotti sempre più termini stranieri sostituendoli all’italiano. Tale asservimento è in parte riconducibile a una tendenza tutta italiana ad accettare passivamente ciò che viene “imposto” senza mediazioni di sorta, in parte è dovuto a una forma di pigrizia e incuria comunicativa ascrivibile in particolar modo ai mass media.

Riflettendoci, che motivo c’è per ricorrere a un’espressione straniera, piegandola per di più verso un significato sconosciuto nella lingua madre, anche quando disponiamo di una valida alternativa nel nostro lessico? A volte basterebbe davvero poco per facilitare il successo di una parola italiana e invece non proviamo nemmeno a contrapporre un rivale al forestierismo, e se lo facciamo tardivamente l’operazione non serve a nulla.

Proteggere la nostra lingua dall’eccessivo influsso di idiomi stranieri per conservarne l’identità non significa chiudersi al resto del mondo, sarebbe anacronistico e pressoché impossibile nell’era della globalizzazione. Vuol dire riscoprire la bellezza e il prestigio culturale dell’italiano, preservarlo da storpiature e barbarismi, dargli nuovo slancio all’interno della società, a partire dalle istituzioni e dai mezzi di comunicazione.

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