La percezione è realtà – Parte 1
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La percezione è realtà – Parte 1

Che relazione esiste tra realtà e percezione? È più importante l'essere o l'apparire? Chi si occupa di comunicazione e design dovrebbe saper cogliere le differenze, sempre ammesso che ci siano…

Comunicazione e design sono discipline che condividono l’obiettivo di creare qualcosa – un messaggio o un oggetto – che abbia significato per le persone ed entri a far parte della loro vita, del loro mondo. Perché questo avvenga, ciò che viene prodotto deve essere compreso e fruito dai destinatari, possibilmente in modo univoco e senza ambiguità, ottenendo un effetto di senso coerente con l’intenzione comunicativa.

E qui nasce il problema, poiché tra noi e il mondo esistono dei filtri interpretativi, alcuni di natura sensoriale e altri legati alla personalità, alla cultura e all’esperienza, che generano una percezione soggettiva della realtà in cui viviamo.

I professionisti della comunicazione e del design devono essere coscienti della differenza che esiste tra quello che si vuole comunicare e quello che arriva alle persone. Cerchiamo quindi di capire che tipo di corrispondenza c’è tra realtà e percezione e come gestire la distanza tra ciò che è e ciò che appare.

La realtà (oggettiva) non esiste

Cos’è la realtà? Leggiamo le definizioni riportate nel vocabolario Treccani:

  1. La realtà, nel suo significato più generico, è l’insieme di tutto ciò che è reale, cioè esiste effettivamente; la realtà può essere concreta, e consistere cioè nel mondo esterno, tangibile; ma è realtà, sebbene sia immateriale, anche la vita affettiva e mentale di una persona.
  2. Riferita a una situazione più specifica, invece, la realtà consiste in un oggetto o in un fatto reale, che davvero esiste o è esistito o che è veramente accaduto.
  3. La realtà è inoltre la caratteristica di ciò che è reale o che è vero, cioè che non si limita a essere apparente, immaginario o possibile.

Se pensiamo alla realtà immateriale a cui fa riferimento la prima definizione, ci viene semplice pensare che si tratti di qualcosa di soggettivo legato alla specifica condizione psico-emotiva di ciascuno. La vita affettiva e mentale non può essere oggettiva e uguale per tutti proprio perché dipende dal mondo interiore e dall’intelligenza emotiva di ognuno che generano percezioni diverse anche davanti alla stessa situazione. Un evento che interessa la sfera sentimentale, per esempio, viene interpretato in maniera strettamente individuale in base al carattere, all’esperienza e allo stato psichico del soggetto che lo vive. In altre parole, ogni persona lo percepisce in modo diverso.

Quando però prendiamo in esame la realtà materiale, quella del mondo che ci circonda e nel quale viviamo e agiamo, la situazione cambia. Ci viene naturale considerarla in maniera oggettiva, pensare cioè che le cose con cui entriamo in contatto esistano in quanto tali e si presentino a tutti nello stesso modo. Una pallina da golf e un pallone da calcio li vediamo di dimensioni diverse; un cubetto di ghiaccio ci dà la sensazione di freddo; un colpo di pistola lo avvertiamo più forte di uno schiocco delle dita. Discorso identico vale per i concetti di spazio e tempo, anch’essi parte della realtà fisica di cui abbiamo esperienza.

In sostanza tendiamo ad escludere che possa esserci un’interpretazione personale della realtà concreta e tangibile con la quale ci relazioniamo tramite i cinque organi di senso. Non solo. Siamo portati a pensare che ci sia una corrispondenza esatta tra ciò che esiste e ciò che percepiamo. In fondo un sasso è un sasso, ed esiste a prescindere dal nostro modo di percepirlo; ma è proprio come noi lo percepiamo che determina la rappresentazione interna che abbiamo di esso, e non è affatto detto che corrisponda alla realtà oggettiva.

La percezione della realtà

La realtà di cui abbiamo diretta esperienza – tanto quella immateriale quanto quella materiale – è una questione di percezione.

Ma cos’è la percezione? Riferita al mondo fisico, consiste nell’elaborazione dei dati provenienti dall’ambiente esterno reperibili attraverso gli organi di senso. Tutto ciò che vediamo e tocchiamo, i suoni, gli odori e i sapori, persino la collocazione del nostro corpo nel tempo e nello spazio, forniscono input sensoriali al nostro cervello che li analizza, processa e interpreta attribuendogli significato.

Si potrebbe ritenere che gli organi di senso, quando sono integri, si limitino a registrare passivamente e il più fedelmente possibile le caratteristiche degli oggetti del mondo che ci circonda. Questo modo di pensare riflette le convinzioni del realismo ingenuo secondo cui percepiamo gli elementi dell’ambiente circostante esattamente così come sono. Ma non è così.

Il processo con il quale diamo senso alle cose con cui entriamo in contatto non è una mera registrazione passiva delle informazioni che l’ambiente invia agli organi di senso, ma, come spiega bene lo psicologo Gaetano Kanizsa nel saggio Grammatica del vedere, “consiste in una costruzione attiva mediante la quale i dati sensoriali vengono selezionati, analizzati, integrati con l’aggiunta di proprietà non direttamente rilevabili ma soltanto ipotizzate, dedotte o anticipate, utilizzando le conoscenze e le capacità intellettive che abbiamo a disposizione”.

In pratica, i dati rilevati dagli organi di senso vengono interpretati dal nostro cervello che assegna loro un significato usando le conoscenze e le capacità intellettive in nostro possesso. Questo processo globale, che ci consente di costruire attivamente la rappresentazione che abbiamo del mondo, prende nome di percezione.

Da quanto detto vengono fuori tre osservazioni:

  • la percezione non è una semplice risposta agli stimoli che riceviamo dall’ambiente esterno, ma un’esperienza cognitiva di alto livello;
  • questa esperienza è soggettiva, perché in ogni individuo avviene un distinto processo cognitivo;
  • c’è differenza tra la realtà oggettiva e la percezione che abbiamo di essa.

Realtà oggettiva e realtà fenomenica

L’attività percettiva non produce una copia diretta dell’ambiente fisico in cui viviamo (realtà oggettiva), ma ci fornisce una conoscenza mediata e indiretta degli oggetti e degli eventi che ne fanno parte. Il risultato di queste mediazioni è quella che Kanizsa definisce realtà fenomenica.

L’assenza di una completa corrispondenza tra il mondo fisico e quello percettivo ci fa capire che realtà oggettiva e realtà fenomenica possono essere anche molto diverse. È possibile fare degli esempi utili a dimostrarlo in modo semplice.

Iniziamo con la nota illusione ottica ideata proprio da Gaetano Kanizsa e che prende il nome dall’autore, il Triangolo di Kanizsa:
triangolo-di-kanizsaNormalmente chi osserva questa immagine vede un triangolo bianco che copre parzialmente tre dischi neri e un altro triangolo delimitato da un bordo nero. Invero, dal punto di vista strettamente geometrico, si tratta di tre settori circolari neri e di tre angoli disposti in un certo ordine l’uno rispetto all’altro. Come fa notare Kanizsa, al triangolo bianco fenomenico non corrisponde alcun oggetto fisico (presenza fenomenica in assenza di una corrispondente realtà fisica). In questo caso, quindi, il triangolo non è presente fisicamente, ma lo è dal punto di vista percettivo, e quindi per noi esiste.

Si potrebbe obiettare che nella vita quotidiana difficilmente ci si trova in presenza di illusioni ottiche. Quindi come secondo esempio possiamo attingere dal mondo reale e da un fenomeno piuttosto diffuso: il mimetismo animale.

mimetismo-animale-1 mimetismo-animale-2 mimetismo-animale-3 mimetismo-animale-4

Questi casi sono l’opposto del precedente: presenza di oggetti fisici nella realtà esterna in assenza dei corrispondenti oggetti fenomenici; in altre parole, non percepiamo – e quindi per noi non esistono – cose che in realtà sono davanti ai nostri occhi.

I due esempi appena fatti interessano l’organo della vista, ma la differenza tra realtà oggettiva e realtà fenomenica si può apprezzare anche con gli altri sensi. Come ultimo esempio, riferito al tatto, riporto il paradosso di Berkeley: se si pone una mano nell’acqua calda e l’altra nell’acqua fredda e poi ambedue in acqua tiepida, quest’ultima sembrerà allo stesso tempo calda e fredda. Dal momento che è impossibile che un oggetto sia contemporaneamente caldo e freddo, questo fenomeno non sarebbe possibile se le percezioni fossero direttamente collegate agli oggetti fisici.

Ancora una volta, c’è differenza tra mondo reale e mondo percettivo.

Realtà e percezione: problemi per chi comunica

Rendersi conto che la realtà fenomenica, rispetto a quella oggettiva, è la sola di cui le persone hanno effettiva (e personale) esperienza è di enorme importanza per chi lavora nel campo del design e della comunicazione. L’efficacia di un messaggio o di un prodotto, infatti, si misura in rapporto alla sua capacità di arrivare al pubblico rispettando lo scopo stabilito in fase di progettazione. Per ottenere questo è necessario ridurre il più possibile, e meglio ancora annullare, la distanza che c’è tra l’intenzione comunicativa del mittente e l’effetto prodotto sui destinatari, ovvero tra quello che si vuole comunicare e quello che viene compreso.

Un errore comune è assegnare un carattere di oggettività al messaggio o al prodotto che si sta progettando a prescindere, ritenendo che le persone lo comprenderanno esattamente per come noi lo intendiamo. Questo è particolarmente evidente nel campo del visual design, ma riguarda in generale tutti gli ambiti della comunicazione. Una pubblicità, un testo, il packaging di un articolo, la forma o il colore di un prodotto, perfino una sola parola o una figura possono cadere vittima di interpretazioni sbagliate o produrre effetti non voluti soltanto perché abbiamo sottovalutato la differenza tra realtà e percezione.

Osserva l’immagine di copertina di questo articolo. La maggior parte delle persone vede il quadrato bianco più grande di quello nero nonostante siano geometricamente uguali. Si tratta di un fenomeno di percezione visiva in base al quale gli oggetti chiari su sfondo scuro subiscono un effetto di espansione illusoria. La realtà oggettiva è che sono assolutamente identici, ma ha importanza? Quello che conta è la percezione che hanno le persone. Per cui, se la nostra intenzione è far sì che sembrino uguali, dovremo compensare l’effetto ingrandendo leggermente il quadrato nero o, viceversa, riducendo un po’ quello bianco.

Questo semplice esempio permette di capire come ignorare la differenza tra l’essere e l’apparire, e in particolar modo non dare peso a quest’ultimo aspetto, esponga al rischio di comunicare in modo poco efficace. Ricordiamo sempre che da professionisti non siamo responsabili soltanto di quello che comunichiamo, ma anche e soprattutto di quello che viene compreso.

Punti di vista (1)

  1. Francesco Falvo D'Urso

    Molto, ma molto interessante, soprattutto per le implicazioni che ne seguono nella formulazione di opinioni e di giudizi che esprimiamo ad ogni piè di pagina.

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