Il branding disumanizzato
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Il branding disumanizzato

Lo scopo della comunicazione di marca è costruire e consolidare nel tempo una relazione significativa tra il brand e il pubblico. Ma che succede se a occuparsene è l’intelligenza artificiale?

In un mondo dove l’intelligenza artificiale può generare testi, immagini, slogan e risposte automatiche in pochi secondi, è facile pensare a un futuro del branding scritto dagli algoritmi. Ma se la tecnologia accelera, le marche rischiano di rallentare. Anzi, peggio: di perdere l’anima.

È il fenomeno del branding disumanizzato, che si manifesta quando una marca comunica in modo freddo, impersonale, artificiale, stereotipato, come se mancassero una voce autentica dietro le parole e un tocco umano dietro le azioni. È il risultato dell’eccessiva fiducia nell’automazione, che spinge a generare contenuti in serie, usare chatbot al posto delle persone, creare immagini perfette ma lontane dalla realtà.

Il brand, in questo scenario, non racconta più nulla di vero, non emoziona, non vibra. E il pubblico se ne accorge.

Tra le maggiori cause del problema c’è la corsa alla produttività favorita dall’uso crescente (e acritico) degli strumenti di intelligenza artificiale, come ChatGPT e Midjourney, per produrre contenuti sempre più in fretta e a basso costo.

Quando la velocità viene prima di tutto, la quantità vince sulla qualità: i contenuti diventano ripetitivi, piatti, privi di introspezione e personalità, la comunicazione smarrisce coerenza e autenticità, il tono di voce si fa generico, il messaggio indistinto. In questa logica da catena di montaggio digitale viene meno il controllo umano sul sentire del brand e si corre il rischio di perdere di vista il perché e il per chi si comunica.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il modo di creare e di fare comunicazione. È un’opportunità enorme, ma anche un territorio pieno di insidie. La tentazione di sfruttare l’IA come surrogato della creatività, infatti, è forte e altrettanto pericolosa. Molti brand l’hanno accolta come una scorciatoia, un modo per per risparmiare tempo e ridurre i costi, affidando alla “macchina” la scrittura, il design e persino la strategia, nell’illusione che un prompt ben scritto basti per sostituire l’originalità, l’intuizione e la visione del pensiero umano.

Ma l’identità di marca non è un esercizio di efficienza. È un atto creativo, strategico, relazionale.

L’eccesso di automazione ha come effetto collaterale la generazione di brand disumanizzati: iper-produttivi, ma senza profondità e riconoscibilità emotiva; presenti ovunque, ma incapaci di creare una vera connessione con le persone. Le caratteristiche che li accomunano sono diverse:

  • tono di voce generico, privo di emozione o personalità;
  • comunicazione visiva “di tendenza”, ma indistinguibile da molte altre;
  • contenuti omogenei e prevedibili;
  • risposte automatiche che evitano il confronto, invece di incentivarlo e gestirlo;
  • riduzione o azzeramento degli spazi di interazione reale;
  • coinvolgimento del pubblico scarso o nullo.

Disumanizzare il brand comporta pesanti ricadute non soltanto sul piano dell’immagine, ma soprattutto su quello relazionale. La diretta conseguenza è un calo del valore percepito.

Le persone non si legano ai prodotti, ma alle storie. Un brand umano comunica con voce propria, racconta una visione, crea un immaginario. Quando questa dimensione viene meno – perché la comunicazione è artificiale – la marca perde unicità e diventa intercambiabile. E ciò che è intercambiabile ha meno valore.

A questo si aggiunge la perdita di fiducia da parte dei clienti, che vogliono avere a che fare con persone, non con script. Rendersi conto di interagire con un’IA – che come tale può solo simulare il comportamento umano – abbassa notevolmente il livello di empatia, il collante emotivo del brand senza il quale il legame con il pubblico è messo a repentaglio. Senza empatia non c’è fiducia, e senza fiducia il valore di marca diminuisce.

Il valore percepito, dunque, nasce dalla relazione con il brand, non solo dalla funzione che svolge. Le persone non scelgono una marca solo perché “funziona”, ma perché risuona con il loro modo di essere, le accompagna, le ispira, le rassicura. Se questo non accade, ciò che resta è solo la funzione, e le funzioni si confrontano per prezzo, non per valore.

Che fare allora? Rinunciare alla tecnologia e ai vantaggi che può offrire l’intelligenza artificiale? No di certo. Si tratta di usarla e gestirla con criterio e consapevolezza per mantenere vivo lo spirito del brand. In che modo?

Prima di tutto bisogna addestrare l’IA assicurandosi che conosca alla perfezione il patrimonio identitario e valoriale, il tono di voce, il lessico e il vissuto della marca. Questo permette di produrre contenuti più accurati, in linea con la brand essence e adatti al pubblico di riferimento. La supervisione umana dell’output è fondamentale, per apportare le dovute correzioni e migliorare il processo di apprendimento automatico degli strumenti utilizzati. Lo scopo non deve essere la creazione di contenuti ottimizzati, ma una narrazione di marca vera e coerente che interessi e coinvolga le persone.

La parola chiave deve essere integrazione, non sostituzione. L’intelligenza artificiale deve essere un alleato “creativo”, un supporto nello svolgimento delle attività di branding, ma è impensabile che svolga tutto il lavoro in autonomia. Bisogna sfruttarne appieno il potenziale, soprattutto per quanto concerne velocità e produttività, ma le fasi più delicate – come la direzione creativa, lo storytelling e l’interazione con il pubblico – meritano un tocco umano.

Infine, lasciare un po’ di spazio all’imperfezione non guasta. Le persone non sono perfette e nemmeno un brand umano lo è.

Nell’era dell’IA, la sfida per le marche è abbracciare il cambiamento senza perdere la propria anima. Il futuro del branding non sarà scritto dagli algoritmi, ma da chi saprà unire intelligenza artificiale ed emotiva per creare e gestire progetti di senso, capaci di portare un valore autentico nella vita delle persone.

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