Dizione e pronuncia: imparare a parlare bene per comunicare meglio – Parte 1
Comunicazione

Dizione e pronuncia: imparare a parlare bene per comunicare meglio – Parte 1

Dizione e comunicazione sono in stretto rapporto tra loro, ma il valore di questo legame è troppo spesso sottovalutato. Perché è importante avere una dizione corretta e come ottenerla?

Voce e comunicazione

La facoltà di farci comprendere dagli altri poggia sulla conoscenza e la capacità di utilizzare le infinite possibilità del linguaggio verbale e non verbale per manifestare i nostri pensieri e le nostre intenzioni.

La voce è un potente strumento di espressione, dotato di uno spettro comunicativo estremamente vario: modulazioni tonali, pause, ritmi, sfumature di pronuncia, coloriture, volumi, accentuazioni diverse che la rendono capace di trasmettere molto più delle singole sillabe, parole e frasi pronunciate.

Comunicare con la voce ha come scopo quello di essere ascoltati e non semplicemente uditi dall’interlocutore. Questo vuol dire che le parole non devono fermarsi sulla soglia dell’orecchio, ma penetrare la mente, imprimersi nella memoria, conquistare il destinatario del messaggio.

Per farlo è necessario educare la voce e imparare a usarla in modo consapevole.

Cosa vuol dire avere una dizione corretta

Il significato di dizione riportato nel vocabolario Treccani è: “maniera di pronunciare le parole”, dal latino dictioonis, derivato di dicĕre (dire). In senso più ampio, il termine “dizione” significa “parlare bene”, “dire bene”.

La dizione è il modo in cui articoliamo la voce. Allo stesso modo in cui la calligrafia – lo scrivere bene – permette a chi legge di capire quello che scriviamo, la corretta dizione consente a chi ascolta di comprendere le sillabe e le parole che pronunciamo.

L’obiettivo di una buona dizione è quello di essere più chiaramente udibili e più convincenti nell’esposizione. Non è legata solo a una pronuncia priva di difetti, ma anche alla precisa articolazione delle singole parole, ossia al fluido scorrere delle frasi senza incertezze o disfluenze.

Imparare la dizione permette di ottenere una modalità di espressione vocale neutra, priva cioè di inflessioni dialettali o personali, tale da permettere una più efficace esposizione verbale. Più la nostra voce è neutra, più chi ci ascolta potrà udire meglio ciò che diciamo, concentrandosi esclusivamente sul messaggio, senza essere distolto da elementi estranei al contenuto.

Una voce ben educata, inoltre, risulta più piacevole all’ascolto, perché armoniosa, eufonica e fonogenica, raggiungendo prima e meglio gli obiettivi della comunicazione.

Chi è interessato (o dovrebbe esserlo) a migliorare la propria dizione e acquisire una corretta pronuncia?

Partendo dal presupposto che parlare bene in italiano dovrebbe interessare tutti quelli che appartengono a questa lingua, è importante distinguere il contesto relazionale quotidiano e interpersonale da quello professionale. Se nel primo è ammesso che (a volte) la nostra voce contenga varianti dialettali o personali, nel secondo non dovrebbe accadere.

Se la nostra professione si basa sull’uso della voce – come nel caso di attori, doppiatori, cantanti, presentatori, giornalisti, conduttori televisivi e radiofonici, dj, ecc. – è indispensabile avere una dizione perfetta, mentre se il nostro lavoro ha nella voce un alleato – come nel caso di politici, insegnanti, avvocati, formatori, guide, manager, liberi professionisti, ecc. – è sufficiente una buona dizione, scevra da eccesiva velocità, pronuncia imperfetta delle parole, presenza di cadenza dialettale, parole con accenti scorretti.

L’importanza di parlare e leggere bene

Parlare e leggere bene, con la consapevolezza di esprimersi correttamente, aiuta a essere più sicuri. Chi ha difetti di emissione vocale o dubbi sull’esatta pronuncia delle parole vive questo problema come un condizionamento che limita le sue capacità di espressione e l’uso del linguaggio. Ne consegue un impoverimento della comunicazione, che tende a ridursi all’utilizzo dei soli vocaboli che si conoscono e di cui si è (più o meno) certi.

Al contrario, possedere proprietà di linguaggio, scioltezza dell’eloquio, padronanza dei vocaboli e controllo del mezzo vocale aumentano l’efficacia comunicativa, rafforzano il messaggio e valorizzano la personalità dei parlanti.

Parlare bene significa anche attingere a una lingua comune, svincolata dai dialetti; questi infatti, pur rappresentando un patrimonio culturale da conservare, ostacolano la comprensione e creano barriere di prevenzione e discriminazione.

L’apprendimento della dizione e della corretta pronuncia italiana dovrebbe avvenire da piccoli. Nella scuola, però, non si riserva alla lingua parlata la stessa attenzione rivolta allo scritto: ai bambini viene insegnato a scrivere bene, meno a parlare bene, che non è solo la capacità di costruire una frase o scegliere il vocabolo giusto, ma anche l’essere in grado di pronunciare correttamente le parole e dare alle stesse l’intonazione e la forza che ne esaltino il significato.

Rilassamento, postura e respirazione

Il punto di partenza per migliorare la dizione consiste nel possedere un’adeguata fonazione (emissione di suoni), a sua volta ottenibile con una buona respirazione. Gli apparati fisiologici che ci permettono di respirare e di parlare aumentano la loro efficacia in assenza di inutili o eccessive tensioni muscolari. La condizione migliore per un’ottima esposizione verbale è quella che ci consente di avere il corpo disteso, ma tonico, e la mente sgombra.

Bisogna fare in modo di assumere sempre la postura migliore in relazione al movimento che stiamo compiendo. Quando parliamo dobbiamo essere rilassati, con le spalle ben abbassate, le scapole chiuse, la schiena dritta e allungata verso l’alto, il collo esteso e il mento leggermente in basso, le articolazioni delle caviglie e delle ginocchia morbide.

Respirare nel modo giusto è fondamentale per la dizione. Le parole devono accompagnarsi al respiro e viceversa. Per una corretta emissione dei suoni e per scandire al meglio le parole è necessario respirare in modo pieno e profondo. Per ottenere questo risultato la voce deve essere appoggiata sul diaframma, il principale componente del nostro apparato respiratorio. Si tratta di un muscolo a forma di cupola che separa la cavità addominale da quella toracica: durante l’espirazione, si solleva comprimendo i polmoni verso l’alto, svuotandoli; durante l’inspirazione, torna a scendere verso il basso, creando una depressione che richiama l’aria all’interno della cavità toracica. Crescendo, modifichiamo la qualità della nostra respirazione, peggiorandola; tendiamo a usare meno il diaframma, compensando il bisogno d’aria con il sollevamento delle spalle e delle clavicole. Questo limita la possibilità di fare respiri pieni e profondi, compromettendo la corretta emissione dei suoni.

Fonetica e fonologia

Studiare dizione non può prescindere dal conoscere le basi di altre due materie strettamente collegate: la fonetica e la fonologia.

La fonetica studia e descrive la natura fisica dei suoni di una lingua. Si divide in tre branche:

  • fonetica articolatoria, che descrive il processo di produzione dei suoni linguistici;
  • fonetica acustica, che descrive le caratteristiche fisiche del suono;
  • fonetica uditiva, che descrive le modalità di percezione dei suoni da parte del nostro apparato uditivo.

La fonologia, invece, studia in che modo i suoni di una lingua sono strutturati e organizzati all’interno di un sistema linguistico. L’unità minima della fonologia è il fonema.

È importante distinguere tra grafema e fonema: il primo indica l’unità minima scritta di una lingua, il secondo indica l’unità minima sonora. Per esempio, la parola “casa” ha 4 grafemi (<c> <a> <s> <a>) e 4 fonemi (/k/ /a/ /z/ /a/), mentre la parole “chiave” ha 6 grafemi (<c> <h> <i> <a> <v> <e>) e 5 fonemi (/k/ /j/ /a/ /v/ /e/). Quando leggiamo dobbiamo essere in grado di riconoscere i grafemi, cioè le singole lettere, per comprendere il testo, ma quando pronunciamo le parole dobbiamo conoscere i rispettivi fonemi per sapere esattamente che suoni produrre.

A livello mondiale, la rappresentazione univoca dei suoni (foni) di tutte le lingue conosciute è contenuta nell’alfabeto fonetico internazionale, o IPA (International Phonetic Alphabet), che raccoglie la trascrizione fonetica di tutti i simboli. Un esempio di trascrizione fonetica è [dit’tsjone], corrispondente alla parola “dizione”. A ogni segno dell’alfabeto fonetico corrisponde un solo suono e viceversa, senza possibilità di confusione tra lingue diverse.

Apprendere le modalità di articolazione di ogni fonema dell’italiano è uno stadio preliminare ed essenziale per acquisire una corretta pronuncia.

Nella pratica, non è richiesta la conoscenza di tutti simboli IPA, ma sarà sufficiente concentrarsi solo su quelli su cui si interviene più di frequente per migliorare la dizione, che, come discusso nella Parte 2 dell’articolo, nel caso dell’italiano sono:

  • le <e> aperte e chiuse, le cui trascrizioni fonetiche sono rispettivamente [ɛ] e [e];
  • le <o> aperte e chiuse, le cui trascrizioni fonetiche sono rispettivamente [ɔ] e [o];
  • le <s> sorde e sonore, le cui trascrizioni fonetiche sono rispettivamente [s] e [z];
  • le <z> sorde e sonore, le cui trascrizioni fonetiche sono rispettivamente [ts] e [dz].

Paralinguistica

È l’insieme delle informazioni di natura non linguistica che vengono trasmesse quando si parla, come ad esempio l’età, il sesso, lo stato di salute, la condizione emotiva. Queste informazioni arricchiscono la nostra comunicazione, che non è costituita solo da parole e frasi, modificandone spesso il contenuto.

Avere una buona dizione include conoscere e padroneggiare gli aspetti paraverbali del linguaggio, tra i quali assumono particolare rilievo:

  • la durata, cioè il tempo occupato dai suoni prodotti; è un parametro da controllare per evitare le cantilene tipiche del dialetto;
  • l’altezza tonale, cioè la sensazione di altezza della voce che pone da un lato la voce grave, dall’altro la voce acuta; padroneggiare questo parametro aiuta a rendere il nostro modo di parlare più accattivante e incisivo;
  • il volume, cioè la sensazione di udibilità della voce; è necessario diventare consapevoli del nostro volume e, nel caso, modificarlo perché non risulti né troppo alto né troppo basso;
  • il tempo di esecuzione, definito anche velocità esecutiva (speech rate), che dipende dalla quantità di fonemi/sillabe/parole che pronunciamo in un dato tempo, compresi i momenti di silenzio, ovvero le pause; è importante che sia adeguato al contesto e al tipo di discorso;
  • la velocità di articolazione (articulation rate), cioè il rapporto tra il numero di sillabe e il tempo impiegato a produrle; se è troppo alta si rischia di pronunciare solo una parte delle sillabe (ipoarticolazione), se è troppo bassa l’articolazione risulterà sfilacciata;
  • la qualità della voce, che fornisce informazioni sulle nostre condizioni psicologiche, emotive e sociali;
  • emozioni e stati d’animo (colore), cioè le reazioni psicologiche che manifestiamo in determinate circostanze; è il parametro maggiormente legato ai sentimenti e alle emozioni e rappresenta quella variabile che ci permette di dire una stessa frase con significati diversi;
  • il timbro, cioè l’insieme della caratteristiche fisiche della nostra voce che la rendono unica.

Regole di dizione italiana

La nostra lingua prevede un certo numero di regole di dizione, la maggior parte delle quali riguarda i grafemi polivalenti, cioè quelle lettere a cui corrispondono più suoni nella pronuncia, in particolare:

  • le vocali <e> e <o>, che possono essere aperte o chiuse;
  • le consonanti <s> e <z>, che possono essere sorde o sonore.

Nella Parte 2 dell’articolo riporto l’elenco delle principali regole di dizione italiana e, per ognuna, esempi di pronuncia e relative eccezioni.

Come imparare a parlare bene l’italiano

In funzione del lavoro che si svolge e a seconda degli obiettivi che ci si pone, esistono diversi livelli con cui è possibile migliorare la dizione e apprendere l’uso della corretta pronuncia italiana.

Per i professionisti della parola (attori, presentatori, giornalisti, conduttori radiofonici, dj) è d’obbligo frequentare una scuola di dizione in cui apposite figure professionali insegnano la pronuncia corretta dell’italiano neutro, privo di inflessioni dialettali o altri difetti di pronuncia, e come prendersi cura della voce. Ricorrono alle scuole di dizione tutti coloro per i quali parlare correttamente l’italiano è un prerequisito essenziale per accedere al mondo del lavoro.

Subito dopo ci sono tutte le persone che desiderano avere una buona dizione e correggere i difetti di pronuncia per esigenze personali o per accrescere la propria professionalità. In questo caso un corso di dizione frontale, in cui l’insegnante può verificare i progressi e migliorare le imperfezioni, può essere una soluzione adeguata. Esistono anche numerosi corsi di dizione online, che prevedono lezioni teoriche, esercitazioni pratiche e test di autovalutazione.

Infine, per chi vuole imparare a parlare bene l’italiano senza frequentare scuole o corsi specifici, esistono diversi libri di dizione e fonetica da cui iniziare. Ne elenco alcuni che ho avuto il piacere di leggere e che ho trovato molto utili, anche perché ricchi di esercizi per migliorare la dizione:

  • Nazzareno Luigi Todarello, Dizione e pronuncia, 2010
  • Giancarlo Carboni, Patrizia Sorianello, Manuale professionale di dizione e pronuncia, 2011
  • Ughetta Lanari, Manuale di dizione e pronuncia, 2014
  • Anna Maria Romagnoli, La parola che conquista, 2006
  • Corrado Veneziano, Manuale di dizione, voce e respirazione, 2012
  • Paola Della Porta, Manuale di dizione, 2008
  • Leonardo M. Savoia, Introduzione alla fonetica e alla fonologia, 2014
  • Marta Muscariello, Introduzione alla fonetica, 2010
  • Federico Albano Leoni, Pietro Maturi, Manuale di fonetica, 2014

Punti di vista

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