Un’altra realtà è possibile?
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Un’altra realtà è possibile?

Siamo sommersi da una realtà poco reale che le somiglia sempre più. Facebook lancia Spaces e possiamo aspettarci di tutto.

È da diversi anni che si parla di realtà virtuale e il momento pare essere sempre più vicino. Quanto sia e possa restare davvero virtuale è tutto dire visto che niente è detto in un’era in cui l’innovazione si fa strada a passo veloce. E se l’interazione è il fulcro del fenomeno e questo dilaga ovunque, di settore in settore, di brand in brand, al fine di migliorare l’esperienza dell’utente, non era da escludere che la tecnologia balzasse agli occhi di qualcuno che si occupa invece delle interazioni fra persone.

Facebook lancia Spaces

Facebook ha annunciato nell’ultima conferenza per gli sviluppatori la nuova piattaforma dedicata alla realtà virtuale all’interno del social network. Si chiama Spaces e per il momento è disponibile solo per Oculus Rift (visore per VR) perché Zuckerberg vuole testare bene l’uso che potrebbero farne i suoi utenti prima di renderlo accessibile a tutta la comunità.

Diventeremo degli avatar, ognuno profilato con il proprio aspetto, e potremo interagire in una realtà immersiva con amici e parenti lontani in maniera divertente e realistica, o almeno sembra questo l’obiettivo del gioco.

Ci troveremo in un ambiente interattivo, un mondo immaginario e somigliante alla realtà, quella vera, probabilmente con il solo supporto della fotocamera dello smartphone. Da lì potremo comunicare potenzialmente con tutte le persone della comunità, scambiarci foto o avviare una videochiamata, come in un videogioco di cui siamo protagonisti insieme ai nostri amici. La piattaforma è in fase di sperimentazione, in attesa delle risposte che servono a svilupparla nella maniera più efficiente possibile. Risposte che non tardano ad arrivare.

Da alcuni esperimenti condotti sulla realtà virtuale si evince come i partecipanti siano a proprio agio e molto coinvolti nell’interazione tra loro e salta all’occhio un dato interessante specie per la popolazione dei timidi, che risultano spigliati e più stimolati dalla conversazione virtuale rispetto a quella faccia a faccia, non dovendosi preoccupare appunto del giudizio diretto da parte di un’altra persona.

La teoria della presenza sociale

Alla fine degli anni ’70 è stata definita Social Presence l’intensità con la quale una persona è percepita presente all’interno dell’ambiente in cui avviene lo scambio comunicativo, in termini di contatto acustico, visivo e fisico. Questa dipende infatti dal canale e dal suo grado di intimità, immediatezza (asincrono/sincrono) e da quanto sia in grado di fornire un alto livello di percezione reale all’interazione. Più è alto il livello di presenza sociale, più gli individui si influenzano durante lo scambio.

I teorici della presenza sociale facevano riferimento soprattutto alla differenza tra la comunicazione face to face e quella scritta. Dai nuovi media in poi (soprattutto social) la teoria è stata integrata da altri ricercatori e allargata con nuove variabili. Si è iniziato a vedere la presenza sociale come il modo in cui gli individui rappresentano se stessi negli ambienti del web e percepiscono gli altri (contatto visivo, prossimità, linguaggio del corpo).

Resta tuttavia uno studio limitato a un modo di comunicare che si fa presto anziano per lasciare spazio a nuovi mondi. Non sappiamo ancora bene cosa aspettarci da questa e da altre novità che riguardano la realtà virtuale, la vera sfida sarà scoprire quanto reale possa diventare. E chi sa che un giorno si raggiunga il grado massimo di presenza sociale possibile. Quale sarà il limite? E il confine? Come percepiremo noi stessi e gli altri?

Intanto Facebook nella pagina dedicata a Spaces ci dice: “Be yourself in virtual reality”!

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