Sopperire alla sindrome dell’abbandono dei contenuti online
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Sopperire alla sindrome dell’abbandono dei contenuti online

Le dinamiche multitasking del mondo digitale riducono sempre più l’attenzione delle persone, ma rispondere con brevità non è la sola via di fuga.

Quanto dura l’attenzione online? Nel 2015 alcuni esperti della Microsoft hanno scoperto che le persone che interagiscono con i dispositivi digitali hanno una capacità di rimanere concentrati sullo stesso compito solo per 8 secondi. L’aumento costante degli stimoli che riceviamo da smartphone, computer, tablet e simili ogni giorno induce a credere che negli ultimi tre anni il valore non sia migliorato.

Facciamo come i pesci rossi: ci voltiamo alla presenza di qualcosa che appare interessante, ma poi cambiamo subito direzione perché distratti da altro, senza portare a termine quanto intrapreso.

E così i contenuti online soffrono un altissimo tasso di abbandono. Il tempo di permanenza delle persone su di essi è uno dei valori che contribuisce a determinarne l’engagement ma, secondo un’indagine di Beckon, solo il 5% dei messaggi riesce ad avere un tasso di coinvolgimento del 90%. Nell’era della distrazione, la concentrazione delle persone è talmente fragile che abbandonare è diventata un’abitudine.

Cambiare è più semplice che continuare

Dinanzi a tanti elementi la mente si comporta da filtro: seleziona solo quelli rilevanti. Nella fase successiva le è richiesto uno sforzo ancora maggiore: tenere alto il livello di concentrazione per il tempo necessario a completare il compito da svolgere. Ma, a differenza del lavoro iniziale che è immediato, quello di mantenere un buon livello di attenzione è messo a dura prova dalle interferenze esterne, motivo per cui è sempre più facile intraprendere la strada dell’abbandono che continuare.

Per sopperire a questo aspetto, i contenuti si adeguano: i video diventano brevi presentazioni, i titoli e i link si accorciano, i testi sono sempre più frammentati.

Ma siamo sicuri che questa concisione sia l’unica alternativa?

Favorire processi di apprendimento più profondi

Processiamo i contenuti in base all’ambiente a cui sono destinati.

Chiaramente le condizioni del web hanno favorito la profusione di messaggi sempre più micro e incisivi a svantaggio dei più tradizionali; la corsa contro il tempo ha portato alla diffusione di pillole adombrando gli approfondimenti.

Chiarezza e semplicità contribuiscono a rendere fluidi i processi cognitivi, ma non hanno il vincolo della brevità. Quest’ultima è anzi in antitesi con il meccanismo che alimenta la capacità della mente di restare concentrata. L’attenzione, infatti, ha un ruolo analitico che alimenta il ragionamento meditato il quale, a sua volta, trova riscontro nell’approfondimento.

Ridurre gli input esterni che ne contrastano la fattibilità è nell’interesse della persona – a riguardo puoi leggere quali sono gli ingredienti per una sana dieta mediatica – ma è anche compito di chi crea e diffonde contenuti favorire processi di apprendimento profondi a vantaggio di una qualità più libera, non sottomessa alla concisione a tutti i costi.

Un testo corposo e ben argomentato non ha meno possibilità di essere letto interamente rispetto a uno breve se dà alle persone delle motivazioni più forti di quelle ricevute dagli stimoli esterni. Sono quelle che supportano i bisogni legati agli stati emotivi di chi riceve il contenuto, capaci di stimolare elementi che spingono ad andare a fondo come la curiosità, il benessere o il senso di appagamento.

A farne da garante è la qualità, merce rara e, in quanto tale, sempre più apprezzata.

“Il nostro cervello è fatto in modo che l’attenzione sia tanto più alta quanto più un avvenimento suscita emozioni.” – Piero Angela

Punti di vista

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Contenuti in cerca di lettori

La Rete è ricca di testi interessanti e ben argomentati che rischiano di non essere letti: il lettore 3.0 vuole comprendere tutto e subito. Stimolare la lettura nel modo giusto permette di risolvere il conflitto tra istantaneità e immersività dei contesti online.