Perché le sensazioni negative ci aiutano a raggiungere un obiettivo

Perché le sensazioni negative ci aiutano a raggiungere un obiettivo

Essere positivi ci rende più creativi e flessibili, ma poco propensi all'azione. Le nostre capacità affiorano invece se c’è contrasto mentale tra desideri e ostacoli.

Pensare positivo per favorire creatività e flessibilità, arrivare al successo con la mentalità dell’abbondanza: il web è pieno di storie vincenti, legate agli effetti del pensiero positivo. Le emozioni che ci fanno stare bene ci renderebbero più inclini ai cambiamenti e al raggiungimento degli obiettivi, più benevoli nei confronti dei nostri antagonisti, nella vita e nel lavoro. Al contrario le sensazioni negative, responsabili di avvicinarci a una condizione di scarsità, ci indurrebbero ad avere poca autostima, a essere egoisti e pessimisti, difficilmente vicini a realizzare ciò che desideriamo.

Mi viene in mente a riguardo Inside Out, un bellissimo film d’animazione della Pixar di qualche anno fa. La pellicola è incentrata sulle 5 emozioni di una ragazzina, Riley, che dirigono la sua mente attraverso i ricordi e ne condizionano la personalità. Nel film c’è sempre una continua propensione di Gioia, emozione che gestisce la felicità di Riley, a dominare, per far sì che la piccola prenda delle decisioni sotto la sola spinta di sensazioni positive. Ma si scoprirà quanto il ruolo di Tristezza, emozione goffa e in apparenza insignificante, sia ben più importante in questo senso: la sua presa di posizione consentirà a Riley di dare sfogo alle sue preoccupazioni e di ricongiungersi ai genitori.

Non c’è dubbio che le emozioni positive facciano bene. Esse creano in noi uno stato di benessere che ci incoraggia ad agire con più fiducia e positività e questa è una condizione necessaria per risultare vincenti. Anche la PNL, modello di comunicazione dedicato all’analisi dei comportamenti di successo, suggerisce che un atteggiamento attivo, favorito da una mente flessibile e curiosa, è decisivo per il raggiungimento di un obiettivo.

Ma in questo scenario che ruolo hanno paura, ansia e tristezza?

Le emozioni negative esistono. Le teorie motivazionali sul pensiero positivo suggeriscono come allenare la mente per convergere verso uno stato d’abbondanza, ma la tristezza e le altre fanno parte della nostra natura. E c’è di più. Esse hanno un ruolo preciso nel percorso verso il successo: le sensazioni negative ci esortano ad agire.

Il contrasto mentale tra desiderio e ostacolo

Pensiamo al nostro obiettivo e immaginiamo di poter liberare la mente per pochi minuti da qualsiasi influenza non positiva per lasciarla fantasticare; in questa condizione saremo più flessibili e creativi. Questo tipo di pensiero positivo ci pone in uno stato di calma e beatitudine ma è limitante, diminuisce la nostra capacità di azione perché da solo crea una sorta di inganno per il cervello, che non distingue immaginazione e realtà. In questa fase manca un motivo per agire.

Aggiungiamo un ostacolo. Dopo uno stato inizialmente passivo, la mente riceve uno stimolo dalla difficoltà che abbiamo inserito; la sua principale attività ora non sarà più immaginare a ruota libera, ma coinvolgere tutte le abilità necessarie per passare all’azione.

In questo modo abbiamo creato un contrasto mentale tra desiderio e ostacolo, una connessione tra due elementi contrapposti in cui la fantasia si combina con ciò che ci impedisce di realizzare il sogno.

A spiegare questo approccio, diverso dalle teorie più tradizionali della psicologia motivazionale, è la neuroscienzata Gabriele Oettingen, sostenitrice di idee basate sul rapporto differente tra realismo e fantasia.

“Il pensiero positivo può essere utile ma non deve diventare un fantasticare a ruota libera perché altrimenti, nel lungo termine, ci impedirà di andare avanti. Sognando il proprio successo, le persone finiscono per bloccarsi.” Con questo presupposto la Oettingen suggerisce di combinare sensazioni positive e ostacoli per liberare potenzialità nascoste: il contrasto mentale ci porta a incentrare le nostre forze su desideri fattibili.

Il ruolo dell’ostacolo nel metodo WOOP

Il WOOP, acronimo di Wish, Outcome, Obstacle, Plan, come le 4 fasi che ne fanno parte, è il metodo della Oettingen finalizzato al raggiungimento degli obiettivi: individuare il desiderio, immaginare il risultato ottenuto in seguito alla sua realizzazione, analizzare l’ostacolo e definire il piano d’azione.

Secondo il WOOP la possibilità di agire è vincolata all’ostacolo. Le difficoltà a cui il metodo fa riferimento non sono esterne, piuttosto si tratta di impedimenti interiori. Escludiamo, infatti, in automatico i condizionamenti esterni quando individuiamo un obiettivo fattibile, in caso contrario quest’ultimo non sarebbe tale. Questo non accade, invece, dentro di noi, dove convivono cattive abitudini, sensazioni, comportamenti, impulsi e una lunga serie di difficoltà.

Ma la necessità di superarle ci incita ad affrontarle con un processo profondo di comprensione di noi stessi: così emergono le nostre capacità più recondite, quelle che ci esortano all’azione.

Citare il metodo WOOP non è un modo per sostenere la tesi della Oettingen a discapito delle altre; è che questo sistema suggerisce un approccio che non rinnega le emozioni negative ma ne scopre il potenziale. Sebbene, infatti, queste siano demoralizzanti, si rivelano preziose al momento di agire perché ci consentono di tirar fuori forze che, in situazioni comode, non avrebbero motivo di essere coinvolte.

Del resto sono anche le nostre potenzialità a renderci diversi dagli altri, unici.

 

All’uscita di Inside Out, Gramellini scriveva:

“È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani.”

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