Navigare senza andare alla deriva

Navigare senza andare alla deriva

La maggior parte delle app che usiamo ogni giorno sono concepite per tenerci incollati agli schermi; così, il nostro tempo online scorre ininterrottamente. È un passatempo benefico per noi?

Ogni giorno navighiamo nell’oceano della Rete cercando di orientarci tra le tante possibilità di approdo quanti sono i siti e le applicazioni esistenti. Il problema è che più è vasta la scelta meno siamo in grado di orientarci, così spesso finiamo per vagare a zonzo trasportati dal flusso di contenuti. Intanto, spesso senza che ce ne accorgiamo, il tempo scorre inesorabilmente.

Uno studioso professore di marketing e psicologia all’università di New York ha osservato che, dal 2007 – anno in cui è stato lanciato il primo iPhone – a oggi, il tempo che passiamo a osservare lo schermo dei nostri dispositivi di connessione è aumentato quasi fino a coprire tutti i momenti liberi dal lavoro, dal sonno e dalle faccende obbligate come mangiare e lavarsi. Questo spazio di tempo è il solo che abbiamo a disposizione per dedicarci alle nostre passioni, agli interessi personali, alle relazioni intime; è sacro per noi perché ci rende quello che siamo. Non è superfluo, dunque, riflettere su come spendiamo questi momenti e sulle conseguenze tangibili, positive o negative, che hanno nella nostra vita.

La stessa ricerca, infatti, ha indagato l’effetto che l’uso di tali tecnologie ha sul nostro livello di soddisfazione e di benessere personale: è emersa una chiara distinzione tra i siti e le applicazioni che ci fanno sentire meglio dopo averli usati e quelli che invece non recano alcun beneficio, anzi, ci rendono sensibilmente insoddisfatti. Il dato sconcertante è che gli intervistati hanno trascorso in media il triplo del tempo su questi ultimi rispetto ai primi.

Dal tempo speso online al tempo ben speso online

La maggior parte dei manager che vivono e lavorano nelle più grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley mandano i propri figli in un istituto, il Waldorf School of the Peninsula, in cui è vietato usare dispositivi connessi a Internet, come smartphone e tablet, prima della terza media. Questi signori sono gli stessi che hanno creato alcune delle piattaforme online più usate oggi, come Facebook e YouTube, che sono concepite con lo scopo di tenerci incollati allo schermo più tempo possibile. Esse basano il proprio successo sulla quantità di tempo che le persone trascorrono usandole: i contenuti si propongono sullo schermo uno dopo l’altro e la navigazione continua senza sosta rendendo la nostra esperienza online fluida e scorrevole tanto che, senza accorgercene, finiamo per esaurire quasi tutto il tempo libero a nostra disposizione.

Se le applicazioni più diffuse calcolassero il proprio successo sulla qualità del tempo che impieghiamo usandole piuttosto che sulla quantità?

Alcuni anni fa ho usato varie volte un social network, Couchsurfing, che mette in contatto persone in viaggio con persone che vivono nei posti visitati, per farsi ospitare a casa per qualche notte o per il semplice piacere di una chiacchierata e qualche dritta, tutto gratis. Sono rimasta molto soddisfatta delle mie esperienze di viaggio, soprattutto perché ho avuto modo di conoscere persone con una cultura e una vita completamente diverse dalla mia e questo mi ha arricchito profondamente.

Couchsurfing ha indagato la propria efficacia con una ricerca empirica resa poi pubblica: a partire dal numero di giorni in cui una persona è stata ospitata, sono state calcolate le ore trascorse insieme all’ospite e si è chiesto ai coinvolti di valutare l’esperienza complessiva da un punto di vista del benessere personale percepito. La soddisfazione dei partecipanti è lo scopo del progetto. Le ore spese bene, quelle che hanno dato valore alla vita delle persone, non sarebbero esistite senza il social network.

Come sarebbe se ogni piattaforma che usiamo calcolasse il proprio successo a partire da obiettivi di valore umano? Pensiamo per esempio alle applicazioni per la produttività, per gli incontri, per il rilassamento, per i mestieri, per le passioni e gli interessi vari: se tutte concentrassero i propri sforzi sugli effetti benefici che hanno sulla vita delle persone piuttosto che su quanto tempo le persone ‘perdono’ usandole, se calcolassero il proprio successo su valori umani piuttosto che economici, il mondo di Internet sarebbe migliore?

Dall’economia del tempo a quella del benessere

Facebook, per esempio, ha l’obiettivo dichiarato di mettere in contatto le persone in tutto il mondo e questo è un valore umano, ma è evidente a tutti come, più che per connettere le persone, oggi venda pubblicità. Noi siamo gli strumenti che permettono di raggiungere tale scopo: più tempo passiamo su Facebook più il social raggiunge il proprio obiettivo economico.

L’economia di quasi tutte le applicazioni web si basa sul tempo speso dagli utenti usando la piattaforma: è nell’interesse delle persone fare in modo che questo tempo sia speso bene. Usare le app che abbiamo sui nostri smartphone è un’attività quotidiana che coinvolge sempre più utenti in tutto il mondo per un tempo sempre più esteso: è lecito chiedersi quale contributo rechino alla nostra vita. È successo lo stesso nel settore alimentare: prima che le persone cominciassero a preoccuparsi degli effetti del cibo sulla salute, nei supermercati non c’erano così tante proposte di cibo biologico, i fast food non vendevano le insalate e non esisteva la Coca-Cola Zero.

Dal canto loro, le aziende leader nel settore della tecnologia dovrebbero considerare altri parametri di successo e farsi scegliere dalle persone per motivi che vanno oltre il semplice intrattenimento per scopi pubblicitari. E poi ci sono gli sviluppatori di app: anch’essi hanno una sorta di responsabilità sociale e hanno anche il potere di ridefinire il settore del design digitale con funzionalità che migliorino il nostro tempo e la nostra vita.

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