La vita di profilo. Dal divario digitale all’isolamento sociale

La vita di profilo. Dal divario digitale all’isolamento sociale

Cosa succede quando qualcosa nato per unire finisce per dividere? No, non bisogna demonizzare i social network. Basterebbe solo chiedersi ogni tanto chi stia usando chi e agire di conseguenza.

Prologo

È una calda sera d’estate. Ce ne stiamo seduti in quattro intorno a un tavolo fuori da un locale. Beviamo, parliamo, scherziamo, cose che si fanno tra amici il sabato sera. C’è il solito via vai di gente all’esterno dei wine bar e dei pub; molti, come noi, siedono in piazza con davanti una birra fresca e patatine.

D’un tratto, tre ragazzi poco più che adolescenti prendono posto sul muretto tra il nostro tavolo e la fontana. Li ho visti arrivare, occhi fissi sullo smartphone nelle loro mani, riuscendo a evitare le persone sul loro cammino senza alzare lo sguardo dallo schermo. Si siedono l’uno accanto all’altro, nessuno interrompe la propria frenetica attività digitale. Dal movimento reiterato dei loro indici verso l’alto suppongo che stiano scorrendo la bacheca di Facebook, alternando questo gesto alla digitazione di caratteri per commentare o rispondere a qualche messaggio su WhatsApp.

Torno all’allegra conversazione con i miei amici. Ogni tanto getto un’occhiata ai tre giovani, sempre concentrati sui loro display. Fantastico sul fatto che stiano dialogando tra di loro in chat.

È trascorsa un’ora e mezza. I tre ragazzi, senza essersi detti una sola parola, si alzano e si allontanano, riprendendo la via per la quale sono venuti.

Noi ordiniamo un’altra birra.

Dal divario digitale…

Il termine digital divide è stato utilizzato per la prima volta negli Stati Uniti agli inizi degli anni ’90 durante l’amministrazione della presidenza Clinton per riferirsi alla disparità nelle possibilità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione americana. Con il tempo l’uso di questa espressione si è esteso a livello mondiale a indicare più genericamente il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e ai mezzi di comunicazione – in particolare computer e Internet – e chi ne è escluso, in modo parziale o totale.

Le cause del gap digitale possono essere di diversa natura: condizioni economiche, livello d’istruzione, disponibilità e qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica. Questi fattori contribuiscono ad aumentare l’analfabetismo informatico degli utenti svantaggiati, sia riguardo all’uso del computer, sia riguardo alle potenzialità di Internet.

La nascita dei social network e la diffusione degli smartphone hanno accelerato enormemente il processo di alfabetizzazione digitale riducendo il fenomeno di esclusione tra le categorie di persone più minacciate dal digital divide. Basti pensare ai soggetti più anziani della popolazione o a coloro che sono in possesso di bassi livelli di scolarizzazione e di istruzione che, grazie a queste tecnologie, si sentono partecipi della società dell’informazione. Ci sono persone che non sanno accendere un computer o che non hanno mai utilizzato un programma di videoscrittura, ma che sanno benissimo navigare in Internet con il loro cellulare e hanno uno o più profili social tramite cui postano e chattano quotidianamente.

I social media – Facebook in primis – nascono con lo scopo di connettere gli individui all’interno di reti sociali in cui comunicare e condividere contenuti con gli altri. Nel tempo si sono evoluti al punto da cambiare profondamente molti aspetti legati alla socializzazione e all’interazione tra persone, sia sul piano privato, sia su quello economico e commerciale, tanto che oggi non ha più senso fare distinzione tra vita reale e vita digitale: le due sfere si sovrappongono e concorrono a definire in modo unitario l’identità personale e la natura dei rapporti interpersonali.

…all’isolamento sociale

“Oggi che siamo sempre connessi, ci sentiamo più lontani che mai.” – Tagline del film Disconnect

Partiamo da un fatto oggettivo: maggiore è il tempo che trascorriamo online, meno tempo abbiamo a disposizione per le interazioni nel mondo reale. Osserviamoci, mentre siamo fermi nel traffico, in metropolitana, in fila al supermercato, a cena tra una portata e l’altra, durante la pausa caffè: tutti con lo smartphone in mano a interagire con chissà cosa o chissà chi dall’altra parte, nessuna forma di scambio o dialogo con chi ci sta intorno. Ogni momento in cui non siamo coinvolti in un’azione che richieda l’uso di occhi e mani (e sovente anche in queste situazioni) è buono per (dis)connetterci. E non lo facciamo solo nei “tempi morti”, come riempitivo o distrazione; è una forma di dipendenza che ci spinge a ricercare di continuo il contatto con il virtuale, che finisce per occupare e svuotare i momenti di vita vera.

L’eccessivo uso dei social network allontana da autentiche esperienze sociali.

A risentirne sono soprattutto le relazioni “faccia a faccia”, che progressivamente vengono sostituite da quella che definisco “la vita di profilo” (social, si intende, ma che poi così sociale non è). Da questo aspetto scaturisce il paradosso di scoprirci sempre più soli nonostante la rete di collegamenti digitali di cui disponiamo 24 ore al giorno che ci mantiene costantemente in relazione con un numero smisurato di contatti. La quantità di “amici” virtuali che mediamente abbiamo, infatti, supera di gran lunga il numero di Dunbar, che indica il numero di persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili e che, secondo l’antropologo britannico, è pari a 150; si tratta, quindi, di contatti che dicono molto poco sulla nostra effettiva connessione sociale e dalla maggior parte dei quali non ricaviamo alcun sostegno o intimità relazionale.

Sull’argomento sono particolarmente interessanti le riflessioni del sociologo polacco Zygmunt Bauman riguardo al concetto di società “liquida”, termine con il quale si riferisce alla società moderna in cui le identità e le potenzialità individuali sembrano in continuo mutamento senza più alcun vincolo sociale, familiare o istituzionale. Le relazioni si fanno appunto “liquide”, fuggenti, è molto facile entrarvi e uscirvi, non c’è più un impegno a lungo termine, un investimento emotivo-affettivo, i rapporti umani diventano “usa e getta”. Bauman attribuisce all’iperconnessione digitale l’esasperato individualismo moderno, che impoverisce il valore delle appartenenze sociali e contribuisce a un paradossale vissuto di isolamento sociale.

L’isolamento sociale è la condizione in cui si ritrova una persona quando si allontana del tutto dall’ambiente che la circonda in modo involontario, anche se è convinta di non farlo. La mancanza di connessione con la realtà esterna può comportare gravi problemi nella capacità di comunicare, di entrare in relazione con le persone, di prendere decisioni e di adattarsi all’ambiente. Ciò è dovuto al fatto che, quando non viviamo (vere) relazioni sociali, il nostro cervello non riceve gli stimoli giusti e non lavora come dovrebbe.

La correlazione tra l’aumento del tempo trascorso sui social media da parte di giovani adulti e la maggiore probabilità di isolarsi socialmente è stata oggetto di studio di una recente ricerca effettuata presso la University of Pittsburgh School of Medicine. L’equipe di scienziati, guidati dal dottor Brian Primark, ha condotto un’indagine su un campione composto da 1.787 americani adulti, con età compresa tra i 19 e i 32 anni, per determinare il tempo e la frequenza di utilizzo dei social media, chiedendo informazioni sulle piattaforme più popolari al momento: Facebook, YouTube, Twitter, Google Plus, Instagram, Snapchat, Reddit, Tumblr, Pinterest, Vite e LinkedIn. Sulla base di questi dati, i ricercatori hanno misurato la percezione dell’isolamento sociale dei partecipanti utilizzando uno strumento di valutazione convalidato chiamato Patient-Reported Outcomes Measurement Information System (PROMIS). I risultati sono stati i seguenti:

  • i soggetti che hanno usato i social media più di due ore al giorno avevano il doppio delle probabilità di isolarsi socialmente rispetto ai loro coetanei che hanno speso meno di mezz’ora al giorno sui social network;
  • i soggetti che hanno visitato diverse piattaforme di social media per 58 volte o più a settimana presentavano circa il triplo delle probabilità di isolamento sociale rispetto a quelli che li avevano visitati meno di nove volte a settimana.

Questo studio mette in evidenza come i social network non rappresentino la soluzione ottimale per riempire quel vuoto sociale creato da una vita moderna che piuttosto che tenere unite tende ad allontanare le persone. Come essere umani siamo naturalmente portati a socializzare; però, cercando rifugio e conforto nel cyberspazio, corriamo il rischio di alienarci come dei Vitangelo Moscarda del presente: in contatto con tutti ma, in fondo, con nessuno, forse neanche con noi stessi.

Epilogo

È molto probabile che tu stia leggendo questo articolo perché lo hai trovato condiviso su Facebook o su qualche altro social media. Grazie a questi potenti strumenti siamo in contatto, abbiamo la possibilità di conoscerci, condividere idee e socializzare, anche se fisicamente non ci siamo mai incontrati.

Possiamo fare a meno di loro? Forse sì, ma avrebbe senso?

I social network sono come il fuoco donato agli uomini da Prometeo, una risorsa preziosa da utilizzare con criterio. E come il fuoco è importante imparare a controllarli, per scaldarsi senza bruciarsi.

Questo è il punto: avere il controllo, poter decidere e scegliere liberamente con la consapevolezza che siamo noi a gestire loro e non il contrario.

Punti di vista

E tu cosa ne pensi?