La comunicazione costruttiva nelle dinamiche di gruppo
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La comunicazione costruttiva nelle dinamiche di gruppo

Dalla progettazione partecipata alla gestione dei conflitti, cosa vuol dire comunicare in maniera costruttiva? Approfondiamo l'argomento con Chiara Casablanca, specializzata in queste tematiche.

La comunicazione costruttiva risolve criticità, offre soluzioni, sensibilizza: l’uso corretto delle parole migliora la qualità delle relazioni perché favorisce la partecipazione e il dialogo propositivo. Comunicare in modo costruttivo aiuta ad arginare i conflitti presenti, in genere, non solo nelle relazioni private ma anche in quelle di natura professionale.

Abbiamo posto, a riguardo, alcune domande a Chiara Casablanca che dell’uso costruttivo delle parole ha fatto il suo mestiere. Chiara è una consulente di comunicazione e da anni dà voce a chi ha valore da esprimere in ambito sociale, artistico, educativo e culturale. Il suo progetto #CreativaSolidale incentiva la comunicazione costruttiva e promuove la cultura della partecipazione, anche in contesti difficili: sono diversi i problemi da affrontare nella diffusione del suo messaggio; Chiara ci rivelerà anche questi.

Buona lettura!

1. Ciao Chiara, grazie per aver accettato di condividere con noi la tua idea di comunicazione costruttiva. Come consulente in ambiente socio-culturale, hai declinato il tuo impegno sulla funzione etica della comunicazione. Accanto a una formazione adeguata, quali attitudini deve avere chi decide di usare le parole come strumento di promozione in contesti sociali, artistici, culturali ed educativi?

Un saluto a tutti/e. Grazie a voi per avermi ospitata sul vostro blog che, come sapete, leggo con piacere da tanto tempo. In merito alla domanda: un professionista della comunicazione, specie in ambito socio-culturale, dovrebbe avere una grande sensibilità, un’ottima capacità di ascolto e una mente aperta, priva di sovrastrutture. È indispensabile essere un po’ visionari, curiosi, sempre pronti a sperimentare e ad accogliere punti di vista differenti. Non a caso, secondo una delle 7 regole dell’arte di ascoltare (M. Sclavi): “un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili”.

Avere il coraggio di cambiare prospettiva è l’essenza di questo lavoro: significa allontanarsi dal conformismo, dai pregiudizi, dalle etichette, e dare voce a chi ha bisogno (o ha qualcosa di speciale da raccontare) con naturalezza e autentica partecipazione. Se l’obiettivo è sensibilizzare, devi anche trasmettere emozioni: senza empatia, il rischio di lasciare indifferente l’interlocutore è molto alto.

2. Su chiaracasablanca.it scrivi che hai deciso di specializzarti in progettazione partecipata e gestione costruttiva dei conflitti. Ci spieghi meglio come queste due competenze aiutano a migliorare i processi comunicativi?

La progettazione partecipata è un percorso inclusivo che aiuta a far emergere bisogni, desideri, esigenze profonde e, molto spesso, inespresse, di una comunità, di un team, di un qualsiasi gruppo. L’obiettivo è di coinvolgere tutti i soggetti interessati per pianificare un cambiamento e prendere una decisione condivisa: serve, per esempio, quando è necessario risolvere un problema specifico, migliorare una situazione complicata, sviluppare un nuovo progetto o un’iniziativa, creare servizi innovativi di utilità sociale (pensiamo ai programmi di riqualificazione urbana o di welfare aziendale: i cittadini e i lavoratori possono contribuire con le loro idee, rispettivamente, alla realizzazione di un’area verde, di una biblioteca, o all’attivazione di buone pratiche per il benessere professionale e individuale).

La bellezza di questo approccio è che non c’è una persona che decide per gli altri: il parere di ciascuno ha valore e può influire sull’esito del processo partecipativo.

Serve, però, una figura di coordinamento neutra, il cosiddetto “facilitatore della comunicazione”, che sia capace di mediare e superare incomprensioni e contrapposizioni. I conflitti non sono altro che la rappresentazione di desideri e bisogni inconsci, espressi in modo distruttivo. Bisogna tradurli in richieste positive. Si parla di gestione costruttiva dei conflitti proprio perché il conflitto in sé non è qualcosa di negativo, ma una risorsa e anche un’occasione di apprendimento. Soffocare il proprio disappunto crea, a lungo andare, un livello di tensione difficile da controllare, specie in ufficio.

È meglio favorirne l’emersione, attribuendo uguale dignità alle diverse ragioni, e aiutare le parti in contrasto a chiarirsi in maniera composta (es. con il metodo del consenso o l’arte del negoziato).

3. Alle parole è affidato il compito di favorire i legami, di dare voce alle buone idee, di esprimere l’identità anche delle realtà più piccole, a patto che se ne faccia un uso corretto. Credi che le dinamiche dei social media abbiano impoverito il linguaggio e ridotto il suo valore come risorsa? Quali responsabilità ha, in questo senso, chi lavora con le parole?

Sì, penso proprio che i meccanismi dell’interazione social abbiano impoverito il linguaggio e favorito una crescente noncuranza comunicativa: nella forma, nei contenuti e nei valori trasmessi. Non si pensa più prima di parlare, né prima di scrivere. Il dialogo pacato, gentile, costruttivo, ha lasciato posto all’impulsività, all’aggressività e alla mancanza di rispetto. Per non parlare della sciatteria riscontrabile in certe espressioni e in un utilizzo piuttosto creativo della punteggiatura… (diciamo così).

Chi lavora con le parole ha il dovere di contrastare questa tendenza, proponendo contenuti curati e originali, utilizzando un linguaggio educato e grammaticalmente corretto.

Anche la scelta dei temi da veicolare ha la sua importanza: condividere informazioni utili, interessanti, istruttive, è il primo passo per ispirare, coinvolgere e alimentare un circolo virtuoso di ricerca e approfondimento, troppo spesso interrotto da banali news in stile “mordi e fuggi”.

4. “Comunicare. Promuovere. Partecipare.” Il tuo slogan esprime la tua visione, l’ambizione di superare le criticità legate a una comunicazione inefficace attraverso forme di dialogo collaborative. Ti rivolgi soprattutto alle piccole associazioni che lavorano in ambito territoriale, alle comunità, alle imprese sociali. Quali sono le maggiori problematiche con cui ti confronti di solito?

Non saprei da dove iniziare! Battuta a parte, trovo sia molto difficile far capire l’importanza della comunicazione interna: si potrebbe pensare che una piccola realtà non abbia problemi, invece è proprio lì che regna il caos. Non si sa mai chi-fa-cosa, non esiste una suddivisione dei ruoli, una consapevolezza operativa. Senza un confronto aperto e continuo come si può lavorare bene?

Tra l’altro, ho imparato che proprio nei micro-ambienti nascono i più grandi conflitti: la serenità apparente nasconde molto spesso nodi irrisolti che rischiano di esplodere alla prima occasione.

E questo perché, con la scusa dell’efficienza, non si dà importanza al lato umano: è triste constatare quanto poco dialogo ci sia, a volte, tra colleghi che trascorrono 8 ore insieme senza sapere nulla l’uno dell’altro. Per questo motivo, quando inizio una nuova collaborazione, una delle prime cose che faccio è cercare di stabilire una connessione emotiva fra i componenti del team: c’è una bella differenza tra “fare gruppo” ed “essere gruppo” (= sentirsi parte di un gruppo).

La comunicazione funziona quando c’è reciprocità, non quando ciascuno pensa ai fatti propri.

5. Conoscere rende più consapevoli. Cosa fai e/o cosa si potrebbe fare per diffondere la conoscenza sulle tematiche che tratti? Riscontri difficoltà nel territorio in cui operi?

Anni fa ho attivato il laboratorio socio-narrativo #CreativaSolidale: comprende il mio blog (strumento che utilizzo per parlare del mio lavoro, condividere idee e temi che mi interessano) e il format #ItinerariNarrativi (percorsi di narrazione educativa e sensibilizzazione). L’obiettivo è promuovere la cultura della partecipazione, per facilitare il dialogo e coltivare buone relazioni in ogni ambiente, anche in contesti difficili e multiculturali.

Mi piacerebbe diventasse itinerante, per cui cerco di presentare questa proposta a librerie e case editrici, ma fare rete sul territorio è molto complicato. A volte mancano le risorse, ma c’è anche una certa resistenza alle novità e una scarsa fiducia nel prossimo. “Sì, bella l’idea, MA…” è la risposta che ricevo con più frequenza. Qui torna il discorso della connessione emotiva: se non ci si lascia un po’ contagiare dall’entusiasmo altrui, se si continua a lavorare nella propria nicchia, con i soliti referenti, e sempre nello stesso modo, come si può pretendere di innovare e far circolare conoscenza anche lontano dalle grandi città?

Ci sono molti modi per incentivare persone, aziende e amministrazioni a comunicare meglio nella complessità dei nostri tempi: organizzare piccoli eventi, creare prodotti editoriali divulgativi, campagne (in)formative o semplici momenti di confronto, come brevi talk o workshop. Bisogna solo cercare di capire il valore e l’utilità del mettersi in discussione. Il mio mantra, d’altronde, è: “Cambia prospettiva, esplora nuovi punti di vista”. Sono un’inguaribile idealista? Temo proprio di sì.

Grazie ancora a tutti/e voi per questa bella chiacchierata, ho partecipato davvero volentieri.

 

Ironia, sensibilità e sano ottimismo traspaiono nelle parole precise di Chiara: condividiamo con piacere la sua idea di comunicazione costruttiva, che non resta pura visione ma si concretizza nel suo progetto #CreativaSolidale. Chiara ne racconta i dettagli anche sulla sua pagina Facebook.

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