Grammatica italiana, quando anche le aziende parlano social
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Grammatica italiana, quando anche le aziende parlano social

Testi fruibili e parole più colloquiali: il linguaggio delle aziende sui social si adatta alle dinamiche dei canali più frequentati in rete. Ma con la grammatica come la mettiamo?

Domenica 4 marzo: sto per andare a dire la mia su Camera e Senato. Neanche a farlo apposta, o forse sì, poco prima mi appare su Facebook l’ultimo post della Ceres. Il testo nella grafica è questo: “È come al bar. Se lasci scegliere gli altri non dire che fa schifo.”

Come spesso accade – penso – l’azienda è puntuale e ironica. Apro i commenti sotto il post e leggo che alcuni utenti discutono riguardo alla correttezza grammaticale della frase. C’è chi scrive che “gli altri” debba essere preceduto da una “a” per diventare complemento di termine, chi invece ritiene che manchino alcune parole, sottintese (“se lasci [che a] scegliere [siano] gli altri”).

Così, mentre vado al seggio, ho uno spunto per parlare con mio marito di qualcosa di diverso dall’argomento del giorno…

Fino a che punto un’azienda può forzare il suo italiano sui social?

Scrivere un post comporta specifiche competenze linguistiche. Vuol dire non solo padroneggiare la grammatica, ma soprattutto sapersi muovere in uno spazio moderno le cui coordinate sono i nuovi canali di comunicazione. È vero che la lingua cambia in funzione degli interlocutori, del loro grado di scolarizzazione e classe sociale, ma è altrettanto vero che lo fa in base al mezzo con cui viene trasmessa. Come il cinema, la radio e la tv hanno rappresentato una svolta epocale in tal senso, riducendo la distanza tra scritto e parlato, così la rete è stata una rivoluzione per l’italiano scritto. Nei primi anni di internet nasceva il bisogno di adeguare le parole a mezzi di comunicazione nuovi; necessità divenuta ancor più forte con l’arrivo di smartphone, tablet e ultimi dispositivi digitali. Così l’italiano non è più quello a cui ci ha abituato la carta stampata; un’azienda che si rivolge agli utenti dei social deve tener conto di nuovi aspetti:

  1. Il responsive, anche le parole hanno un limite 
    Quante volte su Facebook il testo dell’immagine di copertina, perfetto sul desktop del pc, viene tagliato sul display dello smartphone? E quello nella foto di un post che diventa illeggibile? La fruizione sul web cambia a seconda del tipo di schermo. Seguendo le regole di responsive design, i social network si adattano al comportamento e all’ambiente dell’utente in base alle dimensioni dello schermo del dispositivo e al suo orientamento; passando da un pc a un tablet, quindi, anche un contenuto all’interno di una pagina social dovrà essere conforme alle nuove condizioni e ovviare a una lettura più faticosa. L’azienda deve sviluppare un testo che si adegui ai vari schermi e che consenta al fruitore di leggere con facilità. Spesso occorre revisionare lo scritto.
  2. La lettura, la continua lotta tra tempo e interesse
    Un comportamento tipico degli utenti dei social network è la tendenza a scorrere velocemente tra i contenuti, senza terminarne la lettura. Cade a pennello un altro post che ho visualizzato giorni fa, sempre su Facebook. Si tratta di un articolo riguardante la decisione del preside di una scuola di non portare al circo i propri alunni, nonostante l’ingresso gratuito. Ebbene un utente commenta più o meno così: “Che bei ricordi il circo, lo zucchero filato, gli animali, un mondo fantastico…” In risposta almeno dieci commenti di persone molto contrariate; peccato che l’uomo abbia concluso con: “… mi spiace molto non portare i miei figli al circo, ma so che è una cosa giusta”. Nei confronti di un pubblico affezionato questo potrebbe essere un falso problema; in generale, invece, convincere le persone a leggere un contenuto articolato e abbastanza ricercato può rimanere una mera speranza. Quindi meglio accorciare i testi con poche parole ben comprensibili.
  3. Il coinvolgimento, parliamo tutti la stessa lingua?
    Altro topic importante per un’impresa che fa Social Media Marketing è il coinvolgimento dei fan e non solo. Nonostante video e contenuti interattivi siano i favoriti dei social network, il testo ha ancora un ruolo prioritario nel catturare l’attenzione, ma è necessario che sia adeguato al tono di voce dell’azienda e ancor più a quello usato in generale sul canale. Un lessico troppo articolato, oltre a rallentare la lettura, crea distanza tra azienda e utenti. Quindi via libera a slang giovanili, termini dialettali di uso comune o parole che in una presentazione aziendale nessuno si sognerebbe di usare: l’obiettivo è parlare la stessa lingua di chi abita i social.

Revisionare il testo, ridurre il numero di parole, scegliere termini di uso comune: tutto converge verso il bisogno di adattare la lingua alle esigenze dei canali della rete sui quali le persone trascorrono più tempo e sui quali hanno la possibilità di migliorare il proprio livello culturale. Se c’è un merito, infatti, che spetta ai social, in particolare a Facebook, è quello di avvicinare moltissime persone, soprattutto non native digitali, all’uso della rete e alle sue conseguenze, in alcuni casi positive. Tra queste la possibilità di apprendere. Se fino a qualche anno fa, infatti, i cosiddetti analfabeti funzionali non avrebbero letto neanche una notizia breve su un quotidiano, ora sfogliano una marea di contenuti al giorno. E non sono gli unici. Le ricerche fatte in tema analfabetismo traggono risultati dai comportamenti delle persone, di varie fasce d’età, sui social network. Tra queste quella della Survey of Adult Skills del 2017 che riporta che sette italiani su dieci non sanno la grammatica. Le nuove generazioni ad esempio, numeri uno col digitale, non sono in grado di riconoscere errori come l’uso di un apostrofo invece dell’accento. Uno sbaglio non così banale, data la frequenza con cui è presente nei contenuti aziendali.

“Colui che è maestro di scuola può cambiare la faccia del mondo.” – Gottfried Wilhelm von Leibniz

Quindi, spetta alle aziende cambiare questo dato imbarazzante?

Un’impresa che decide di comunicare sui social network ha la necessità di rendere fruibili i suoi contenuti di testo, semplici e stimolanti le sue parole affinché gli utenti possano comprendere senza difficoltà. Nel duro lavoro di semplificazione dei contenuti scritti, preservare la grammatica è un dovere nei confronti di chi crede nell’azienda, di chi, riponendo la sua fiducia in ciò che essa fa, dà per buono anche ciò che dice e scrive.

Sono arrivata al seggio. Mio marito, purista della lingua, eviterebbe qualsiasi ambiguità che, anche creata volutamente, possa far nascere dubbi in chi legge. Io aggiungo che, come sostiene Luisa Carrada, “la grammatica non è un relitto d’altri tempi”.

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