Essere più sicuri nell’incertezza di una società volubile
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Essere più sicuri nell’incertezza di una società volubile

Nella dimensione lavorativa attuale, l’insicurezza è diventata uno stato sociale. Come uscirne? Prendiamo coscienza della condizione che viviamo alla ricerca di possibili soluzioni.

“Ora invece ci rendiamo conto che l’insicurezza è per sempre.” – Zygmunt Bauman

L’insicurezza, in questa società, è uno stato permanente. La lezione di Bauman mi fa riflettere su come arginare un male divenuto condizione sociale sotto la spinta di un mondo precario e instabile, quello del lavoro. Libertà e sicurezza sono sempre stati princìpi alla base della comunità, ma negli anni che ci hanno preceduto abbiamo lottato per far crescere la prima, rinunciando un po’ alla volta alla seconda. Nella Solitudine del cittadino globale Bauman usa l’ossimoro “sicurezza insicura” per identificare il valore sociale di questo stadio perenne, dovuto in gran parte al crollo dei “dogmi” lavorativi.

Eccoci al punto: il mutamento del mondo del lavoro ha generato un’insicurezza cronica che ci rende impotenti, ci fa diffidare del futuro e dimenticare quel velo di ottimismo che era invece radicato nelle società precedenti alla nostra. Per Bauman c’è una sostanziale differenza, ad esempio, tra noi e le persone che hanno vissuto il periodo della guerra. Era presente in loro un ottimismo ammirevole legato alla convinzione di un domani migliore, se solo la guerra fosse finita. Quelle persone sapevano chi erano, cosa desideravano e per cosa lottavano.

E noi, chi siamo? Cosa vogliamo e cosa facciamo?

L’insicurezza ci fa dubitare di noi stessi più degli altri, annebbia la nostra capacità di guardare lontano e le nostre aspettative. Oggi più che mai si ciba della flessibilità e dell’instabilità del mondo del lavoro, giorno dopo giorno cresce e ci rende sempre più deboli, più arrabbiati e disillusi nei confronti di una società che non è più capace di offrirci il meglio. Il nostro è diventato un mercato talmente labile da rendere difficile per ognuno, se non impossibile, spendere le proprie competenze. E noi, come affrontiamo questo cambiamento? È triste che ai nostri occhi il futuro si presenti come un enorme spazio nero, fatto di paura, incertezza, volubilità, uno spazio in cui l’insicurezza risiede e diventa sempre più forte.

Cosa vuol dire essere consapevoli del cambiamento?

“Non c’è presa di coscienza senza dolore.” – Carl Gustav Jung

È dura da mandare giù, ma è così: il mondo del lavoro è cambiato e cambierà ancora. Abbiamo riferimenti diversi rispetto a quelli di un tempo, ma piuttosto che prenderne atto il più delle volte continuiamo a cullarci su colpe altrui, che siano dei politici o dei datori di lavoro, non importa. Certo, questo cambiamento ha radici profonde in cui lo Stato in primis ha fatto il suo gioco, ma non è mia intenzione affrontare la questione da questo punto di vista, voglio parlarne invece da un’altra prospettiva, quella di chi cerca soluzioni dentro di sé. E la consapevolezza, seppur dolorosa, a mio avviso è il fondamento di ogni possibile soluzione. Trovo incomprensibile che siano ancora tante, troppe, le persone che confidano nei vecchi canali, come il nepotismo, per assicurarsi un po’ di tranquillità a fine mese. Oggi non funziona più.

In questo mondo del lavoro la prima prerogativa è la flessibilità in termini di mentalità e di attitudini, una condizione che non dovrebbe spaventarci perché, per citare di nuovo Bauman, l’uomo di oggi “non è senza qualità, ne ha troppe”, la sua identità non è determinata alla nascita ma è mutevole e sempre aperta a nuove opportunità. Immaginiamo di vivere in un oceano con acque in continuo movimento: non possiamo restare semplicemente a galla, ma è necessario imparare a nuotare. Per farlo dobbiamo prendere coscienza della condizione che viviamo, ovvero elaborarla e accettarla e non solo riconoscere che siamo circondati da acqua.

Se non possiamo contrastare il cambiamento, andiamogli incontro

I vecchi modelli lavorativi non esistono più. Abbiamo realtà flessibili, in costante aggiornamento, in cui il posto fisso è sempre più propenso a diventare un mito. Per vivere meglio in questa dimensione dobbiamo sviluppare attitudini e formarci a livello intellettivo e morale. Attitudini e formazione, infatti, fanno crescere la nostra figura professionale, ma soprattutto le potenzialità del gruppo: l’insicurezza è una condizione che ci allontana dalla comunità, confinandoci in uno stato di solitudine che ci porta sempre più a mantenerci a galla nell’oceano mutevole del lavoro, ma non ci insegna a nuotare. Che vuol dire far crescere il gruppo? Vuol dire condividerne princìpi e ideali che sono alla base di una sana collaborazione. Se riteniamo superfluo questo aspetto la nostra abilità di collaborare resterà solo una voce nero su bianco nelle famose “competenze personali” del curriculum.

Attitudine: disposizione innata o acquisita che rende possibile o facilita lo svolgimento di particolari forme di attività. – Vocabolario Treccani

Le attitudini sono il collante del gruppo. Come acquisirle? Non c’è una formula, ma possiamo iniziare dal mettere in campo tanto buon senso ed elasticità mentale per eliminare i costrutti che il nostro cervello ha creato riguardo a condizioni che non esistono più: teniamo da parte quella nostalgia che continua a guardare al passato e agiamo. Così, all’interno del gruppo, un “richiamo” diventa ispirazione, un problema occasione di confronto e condivisione, un errore diviene stimolo. E se un nostro compagno ha una visione diversa del gruppo non buttiamoci giù, anzi, impariamo ad agire sul contesto per migliorare noi stessi e gli altri. Quando il gruppo progredisce lo fa anche la nostra figura professionale.

Formazione: il maturare intellettualmente e moralmente; crescita, educazione, maturazione, sviluppo. – Vocabolario Treccani

Formarsi vuol dire rinnovarsi, aggiornarsi, apprendere in maniera rapida nuovi strumenti e nuove modalità per saper agire in un contesto lavorativo mutevole. Formarsi però vuol dire anche approfondire, studiare, interpretare e applicare, poi chiudere i libri e spegnere i pc, uscire, esplorare, ascoltare chi ne sa più di noi, osservare e comprendere le diversità, imparare da qualsiasi forma di vita. La formazione non è un dovere, non ha limiti temporali, né procedurali, non è confinata tra le pagine dei libri; la formazione dev’essere intesa come una condizione permanente che, a differenza dell’insicurezza, ci fa bene perché ci migliora prima come persone, poi come professionisti.

Superare il passato (non dimenticarlo), prendere coscienza del presente, sviluppare un approccio in cui la propria crescita morale e professionale è una forma mentis sono le mie soluzioni per affrontare il cambiamento con sicurezza.

Punti di vista (2)

  1. Angelagherg

    Mi sembra ovvio.

    1. Fabiola Loberto

      Lo è al punto che, come molte cose ovvie, spesso le abbiamo sotto gli occhi senza vederle e, dandole per scontate, ne perdiamo il senso e la ragione.

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