Essere o non essere social: siamo liberi di scegliere?
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Essere o non essere social: siamo liberi di scegliere?

La presenza sui social network è spesso necessaria per chi vuole promuoversi e avere visibilità. Al contrario, l’assenza può portare addirittura all’emarginazione. In altri casi, non solo esserci è un obbligo, ma lo è anche farlo bene.

Cosa significa essere social?

Postare contenuti su Facebook e Instagram non significa essere social. La definizione di socialità va ben oltre i social network, che non sono altro che uno strumento in grado di amplificare le nostre azioni. Creare e intrattenere relazioni con altre persone caratterizza l’essere social. Condividere foto o mettere like ai post degli amici non basta.

Da sempre, la socialità si misura con l’attitudine a instaurare e perpetuare forme di interazione interpersonale. Grazie ai social network abbiamo la possibilità di estendere il raggio delle nostre azioni sociali e di intrattenere rapporti anche con persone distanti da noi e che non abbiamo mai incontrato offline.

Essere presenti sui social non implica automaticamente l’essere social. Possiamo decidere di esserci senza condividere né interagire, come fanno i cosiddetti ‘lurker’, che si limitano a osservare i comportamenti degli altri. Non esiste nessun obbligo (almeno per ora) che ci spinga di intrattenere rapporti sui social network, ma in alcuni casi, non si può prescindere dal farlo.

Perché essere social?

Viviamo in un’epoca in cui la predominanza dei social network nella nostra vita quotidiana è così forte che gran parte delle nostre azioni si interseca con le reti sociali online: quando lavoriamo, quando acquistiamo, quando vogliamo metterci in contatto con qualcuno, quando vogliamo svagare la mente.

I social network sono spazi di connessione popolati da un gran numero di persone, con comportamenti e interessi specifici e tracciabili. Questo fenomeno – tralasciando le questioni sulla sua eticità – offre opportunità prima impensabili per le aziende o le persone che vogliono ottenere visibilità.

Usare Facebook per scopi di promozione è una prassi già consolidata, tanto che chi non lo fa rischia di rimanere invisibile. Pensiamo agli artisti emergenti o ai liberi professionisti che hanno bisogno di farsi conoscere per far decollare il proprio business. In questi casi: essere sui social non basta, bisogna essere social.

Come essere social?

Postare contenuti è solo una parte del lavoro, è necessario anche costruire relazioni proficue. Sono queste che permettono di ottenere visibilità e di guadagnare una buona reputazione. Tutti fattori che fanno crescere il proprio business, che sia personale o aziendale. Le potenzialità in termini di visibilità sono enormi e spesso più convenienti rispetto ad altri mezzi di promozione.

Tutto dipende dai propri obiettivi. Se non si hanno particolari necessità si può stare sui social anche senza essere social. Al contrario, occorre una strategia:

  • definire gli obiettivi che si vogliono raggiungere nel medio e lungo periodo;
  • scegliere i canali giusti (non tutti i social sono uguali e spesso non è necessario presenziare su tutte le piattaforme, anzi, può rivelarsi sconveniente);
  • adottare un linguaggio idoneo;
  • intercettare i propri interlocutori;
  • intrattenere rapporti e coltivare relazioni;
  • confrontarsi con altre persone dello stesso settore;
  • mantenere vivo il dialogo con il target e stimolare l’interazione;
  • monitorare i risultati raggiunti e eventualmente correggere il tiro.

Per le aziende è fondamentale adeguarsi ai cambiamenti sociali se vogliono essere presenti sul mercato; stesso discorso vale per chi ha un business che non può prescindere dalla promozione personale. Tutti gli altri, invece, possono liberamente decidere quale grado di socialità avere. Ma…

Siamo davvero liberi di scegliere?

A mio avviso, si percepisce sempre più un obbligo implicito, o pressione sociale, che ‘impone’ di essere attivamente presenti sui social. Siamo circondati da persone che ogni giorno postano selfie e altri contenuti talvolta di scarso valore, purché condividano qualcosa. L’‘abuso’ dei social network è così diffuso che, tra le altre forme di pressione psicologica che può causare, genera anche una sorta di aspettativa nei confronti degli altri: “Come mai non guardi le mie stories su Instragram”, “Perché non fai mai i selfie?”, “Posso taggarti nella foto?” e altre richieste simili.

Le cose sono due: o sei social o non sei nessuno.

Chi sceglie di non essere presente sui social network a volte viene visto come ‘strano’ o asociale, quando magari è una persona socievole che ha semplicemente deciso di avere solo rapporti offline. Il problema è che se non sei social sei escluso. I tuoi colleghi intrattengono interessanti conversazioni in un gruppo Facebook, tu no; in città c’è un evento di settore molto carino ma tu non lo sai perché lo hanno promosso solo su Facebook; non sai niente di nessuno perché non guardi le foto dei tuoi contatti su Instagram. Insomma, rischi di diventare un emarginato social.

Nessun problema, se non ti importa essere invisibile. Almeno se, o fino a quando, il paese in cui vivi non decida di darti un punteggio come cittadino in base alle tue relazioni interpersonali, al tuo comportamento di acquisto, alle tue caratteristiche, alla tua capacità di adempimento agli obblighi contrattuali e alle tue opinioni. Non si tratta dell’inquietante scenario paventato in qualche film futuristico o nella puntata di una serie televisiva, bensì della realtà.

Il governo cinese ha definito il “Piano per la costruzione di un Social Credit System” a cui, per ora, le persone aderiscono volontariamente. Diventerà obbligatorio nel 2020. Si dice che il fine sia costruire una ‘cultura della sincerità’ che somiglia più a un sistema di controllo dei cittadini. Un punteggio alto è indice di buona affidabilità. Solo i cittadini affidabili potranno beneficiare dei privilegi sociali concessi dal governo. In tal caso, impossibile parlare di libertà di scelta.

Uno scenario non più distopico, ma sempre inquietante.

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