Da sentire a comunicare
Comunicazione

Da sentire a comunicare

Un bravo ascoltatore comunica meglio, perché sa interpretare segnali e parole, anche impliciti. Questione di attenzione e non solo.

Ogni processo comunicativo sottende condivisione di informazioni tra emittente e ricevente; la parola “comunicare” risale, infatti, al latino communico, mettere in comune. È un evento biunivoco in cui i protagonisti hanno sempre un doppio ruolo: affinché la comunicazione sia efficace è necessario anteporre il compito del destinatario a quello dell’emittente.

Il messaggio, infatti, non è decodificabile in maniera obiettiva; non per forza chi lo riceve lo interpreta come vorrebbe chi lo ha formulato. Accade perché alcuni fattori, quali il contesto, le esperienze e la sfera delle emozioni, incidono sulla mappa mentale individuale; ne scaturisce una valutazione soggettiva, sulla quale, nel ruolo di emittente, si può intervenire con tecniche mirate per influenzare il ricevente, come nel caso dei sistemi rappresentazionali per generare empatia. Ma qualsiasi azione è vana se non preceduta da ascolto.

“Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri.” – Leonardo da Vinci

Da sentire ad ascoltare, da ascoltare a comunicare

Gli organi uditivi rispondono in maniera immediata alla ricezione del messaggio; sentire, però, non vuol dire ascoltare.

Ascoltare è sentire, ma non vale la proprietà commutativa.

Quando il cervello riceve lo stimolo sonoro e immagazzina le informazioni, si arriva all’ascolto di tipo passivo: i dati ricevuti finiscono in un serbatoio mentale e non vengono subito riutilizzati. È diverso dal semplice atto di udire. L’ascolto passivo si verifica, ad esempio, nei bambini molto piccoli, i quali, non ancora in grado di capire il perché degli eventi, recepiscono gli stimoli esterni e li conservano. Questi influenzeranno, in maniera inconscia, le loro decisioni future, ma non le interazioni immediate.

Se invece la mente risponde in maniera consapevole ai segnali parliamo di ascolto attivo: con le nozioni raccolte il cervello formula una risposta adeguata. In questa fase entrano in gioco anche indicazioni non esplicite, ma rilevanti per l’altra persona: solo l’ascoltatore empatico è in grado di coglierle e poi di comunicare in maniera efficace.

I segnali impliciti rappresentano una buona percentuale del messaggio. Spesso, infatti, si ricorre al linguaggio del corpo per esprimersi (gesti o espressioni del viso) e a tutta una serie di informazioni non dette poiché sottintese o scontate. Di queste ultime fanno parte, ad esempio, stereotipi e presupposizioni: i primi illustrano situazioni complesse attraverso la generalizzazione (“La donna deve occuparsi delle faccende domestiche” contiene uno stereotipo di genere); le presupposizioni, invece, omettono elementi sui quali non si vuole porre l’attenzione (“Marco ha smesso di studiare inglese” presuppone che Marco abbia studiato la lingua).

Di fronte a questo tipo di dati il cervello di chi ascolta si comporta in maniera tendenzialmente automatica: li conosce, poiché li ha già acquisiti in passato, li comprende senza approfondire e, probabilmente, li scarta.

Un buon ascoltatore sa individuare, invece, anche le sfumature non apparenti, dette o non dette.

Come c’è un’arte di raccontare, solidamente codificata attraverso mille prove ed errori, così c’è pure un’arte dell’ascoltare, altrettanto antica e nobile, a cui tuttavia, che io sappia, non è stata mai data norma.Primo Levi

Un buon ascoltatore ha capacità di controllo, concentrazione e analisi ma, soprattutto, non ha condizionamenti e si predispone in una posizione di totale apertura nei confronti dell’altro.

Qualsiasi suggerimento, infatti, è vano dinanzi alla non volontà: solo se c’è desiderio di ascoltare c’è possibilità di comunicare efficacemente.

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