Educazione all’immagine: dal “mi piace” al “perché”
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Educazione all’immagine: dal “mi piace” al “perché”

Produzione e consumo sono aspetti cruciali della comunicazione visiva, ma siamo certi di vivere questi due momenti in modo consapevole? Diamo un’occhiata.

“Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.” – Henry David Thoreau

Quando frequentavo le scuole elementari (oggi scuola primaria) c’era una materia chiamata Educazione all’immagine il cui fine era insegnare le principali tecniche grafico-pittoriche, potenziare la creatività espressiva e incentivare la maturazione del gusto estetico. Alle scuole medie (oggi secondarie di I grado) la disciplina diventava Educazione artistica.

Queste materie esistono ancora, ma dal 2003 entrambe hanno assunto il nome di Arte e immagine, rinunciando alla parola “educazione” che invece ne chiariva bene le intenzioni: formare la personalità intellettuale e le capacità di comportamento sociale dell’alunno, favorendo lo sviluppo di facoltà e attitudini.

L’educazione all’immagine ricopre un ruolo secondario nella formazione scolastica rispetto a materie più tradizionali quali Storia o Letteratura. È interessante osservare come ai bambini venga insegnato come leggere, comprendere e a loro volta produrre testi scritti in modo corretto, ma non venga insegnato loro come leggere, comprendere e produrre immagini in modo altrettanto corretto.

Questo accade perché mancano idonei strumenti critici di analisi e verifica da affiancare all’esperienza del “comunicare attraverso le immagini”, a partire dall’esperienza del disegno, che consentano una valutazione oggettiva (distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato) e non solo soggettiva degli artefatti prodotti, al pari di quanto avviene per la scrittura.

“Non esistono in nessuna lingua del mondo due parole più pericolose di ‘bel lavoro’!” – Terence Fletcher (J.K. Simmons) in Whiplash

Ne deriva una carenza di cultura visiva che, in una società dominata dalle immagini, nella quale il visual design e l’intrattenimento sono divenuti veri e propri strumenti di controllo, risulta paradossale.

La conseguenza è che le persone non imparano a scegliere e a vivere l’esperienza visiva in modo consapevole, ma la subiscono, diventando produttori e consumatori acritici di comunicazione. Vediamo perché.

Dal punto di vista della produzione, la maggior parte del visual design genera inquinamento visivo perché viene inteso da chi lo produce solo come forma e non come processo, tralasciando la progettualità che è un aspetto essenziale per capire come farlo operare nella società. I contenuti visuali prodotti in questo modo sono mera decorazione, fini a sé stessi, privi di valore sociale e per questo incapaci di influenzare un pubblico o di essere riconosciuti come prodotti di cultura, di sapere o di conoscenza.

In molti casi si tende perfino a confondere la produzione di immagini con la funzione autoriale: non basta inventare qualcosa, esserne l’autore, per affermare di averla anche prodotta. La produzione, infatti, richiede alcuni requisiti tra cui la diffusione, la fruizione attiva da parte dei destinatari, l’ottenimento di un risultato concreto (in genere di natura economica).

Sul fronte del consumo della comunicazione visiva, invece, la mancanza di ragionamento critico porta le persone a valutare i contenuti solo sotto l’aspetto estetico, senza chiedersi quali sono i reali obiettivi di chi li ha prodotti e senza interpretarne i significati, esponendosi al rischio di divenire vittime della persuasione occulta operata dai sistemi di potere dell’informazione di massa.

Il fenomeno è particolarmente diffuso sui social network dove l’esperienza visiva si misura per lo più in like; la capacità di giudizio nei confronti delle immagini pubblicate dagli utenti, infatti, si riduce quasi sempre a un “mi piace”, ma in quanti, osservandole, si domandano “perché”?

Bisogna sforzarsi di vedere oltre che guardare e rendersi conto che, in una società satura di contenuti visuali, la potenza dell’immagine non risiede nella semplice forma ma nelle domande che pone, come: qual è il punto di vista dell’autore? chi sta influenzando chi? cosa chiede quell’immagine a chi la osserva?

Acquisire competenze visive aiuta a rispondere a questi interrogativi e a diventare produttori e consumatori di comunicazione coscienti, consapevoli del fatto che il significato di un’immagine è prima di tutto l’uso che se ne fa.

Adesso, guarda l’immagine di copertina di questo articolo: ti piace, non ti piace o perché?

Punti di vista (4)

  1. Fio

    Questa immagine di copertina è molto esplicativa della realtà in cui attualmente siamo proiettati ovvero voglia di osservare, fin troppo, tutto e tutti, senza più soffermarci troppo su di noi…poi però se aggiungiamo un’attenta lettura delle osservazioni allora nulla è ancora perduto, anzi, riflettendo, le considerazioni esposte potrebbero aiutarci a focalizzarci meglio su noi stessi e su quello che veramente vogliamo far vedere dietro le immagini che pubblichiamo…ma soprattutto a capire che possiamo anche osservare, l’importante è cercare di comprendere dietro quello che ci mostrano con le immagini cosa davvero vogliono comunicarci!
    Mi piace…e questo è il mio parere!

    1. Carmelo Giancola

      Hai guardato e visto, ti sei posta delle domande e hai dato senso alla tua esperienza. La tua è un’osservazione interessata e interessante.

  2. Maria

    Mi ha incuriosito, da maestra dell’Infanzia per cui le immagini a partire dallo scarabocchio e dalla libera espressione fino alla lettura e produzione sono propedeutiche ad ogni attivita .Apprezzo e condivido il post che mi piace

    1. Carmelo Giancola

      Ti ringrazio per la tua opinione, soprattutto perché ti occupi in prima persona dell’educazione di giovani menti e sei cosciente dell’importanza che la produzione e il consumo consapevoli delle immagini hanno nel farle crescere e arricchirle.

E tu cosa ne pensi?